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Pianura Padana: aria meno avvelenata
Arriva il Rapporto “Mal’aria di città” 2026 di Legambiente, un po’ gioiamo e un po’ ci spaventiamo, dell’inquinamento dei nostri capoluoghi di provincia. Siamo felici, perché gli obiettivi previsti per il 2010 sono stati raggiunti e consolidati: Pm10 sotto i 40 mg/m³, Pm2,5 sotto i 25 mg/m³ e NO₂ sotto i 40 mg/m³. Solo Verona ha registrato 44 superamenti nelle Pm10, e dovrà fare uno sforzo titanico per scendere a 20 mg/m³ entro il 2030, che rappresenta il nuovo limite che l’Europa si è posta. Venezia dovrà scendere solo del 22 per cento e Treviso del 19 per cento. Queste sono le previsioni che fa Legambiente, sulla base dei dati degli ultimi cinque anni. In queste proiezioni il dato migliore è quello di Treviso. Entro il 2030 tutta Europa dovrà scendere sotto i 20 mg/m³ per le Pm10, sotto i 10 mg/m³ per le Pm2,5, a 20mg/m³ per NO₂.
Ci spaventiamo, allo stesso tempo, perché, in realtà, il livello di sicurezza previsto dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) prevede limiti ben più stringenti: 15 mg/m³ per le Pm10, 5 mg/m³ per le Pm2,5 e 10 mg/m³ per il NO₂, limiti che ci potrebbero garantire dai pericoli oncologici, cardiaci e respiratori, legati all’inquinamento.
La correlazione tra i due fattori è largamente comprovata dagli studi. La pianura Padana resta osservata speciale rispetto al resto d’Italia: costituisce una delle aree più a rischio per la salute e per l’ambiente del continente. In essa si esaltano quattro emergenze: traffico urbano e metropolitano; riscaldamento domestico, tra cui la biomassa legnosa, in aree densamente abitate; assetto urbanistico rimasto sostanzialmente invariato dagli anni ’70; caratteristiche intrinseche e gestionali della filiera agri-zootecnica. Un’area in cui ci sono troppe auto, si brucia troppa legna, c’è troppo asfalto e ci sono troppi allevamenti. Tutto questo in un contesto geografico che la trasforma, essendo circondata da alti monti, in un catino di aria stagnante.
Quattro emergenze a cui non solo fatichiamo a rispondere con adeguati cambiamenti, ma a cui dovremo provvedere da soli, noi abitanti del Nordest. Il Governo nazionale ha, infatti, scelto di ridurre drasticamente, già dal 2026, e per tutto il prossimo triennio, le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell’aria nel bacino padano. Questo fa dire a Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente: “È irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere segnali concreti, il Governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare questi progressi. Lasciare soli i territori più complicati del Paese è una scelta miope, che espone l’Italia a nuove procedure d’infrazione e sanzioni”.
La prima che dovrà pensarci è la Regione Veneto che, come sostiene il presidente di Legambiente Veneto, dovrà dotarsi di un nuovo “Piano regionale aria” che recepisca la nuova direttiva europea per adeguarsi ai limiti normativi del 2030. Lo dovrà fare in collaborazione con i Comuni, che, già oggi sostengono il peso di molti interventi contando solo sulle proprie forze.
Sarà fondamentale aggiornare anche il sistema di monitoraggio, ovvero la rete delle centraline che Arpa ha concepito e installato dagli anni Novanta. Sono per la maggior parte urbane, sicuramente adeguate a mappare la situazione nelle maggiori città, ma che lasciano sguarnite ampie porzioni di territorio. Sta cambiando la geografia delle polveri sottili: sono i piccoli e medi centri urbani - spesso rurali - a essere sempre più inquinati, e a non esserne consapevoli. Aree scoperte da centraline di monitoraggio fisse, come quella della Pedemontana trevigiana o quella della sinistra Piave, vanno coperte al più presto.



