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Ambam: memoria di un dono

Il diario di viaggio dei nostri sacerdoti fidei donum che sono tornati nella terra dove i primi missionari trevigiani arrivarono 50 anni fa. Salutando i nostri due sacerdoti, un giovane ha ricordato: “Con questi padri abbiamo camminato per gli stessi sentieri, i nostri piedi hanno calpestato lo stesso fango, siamo stati punti dalle stesse zanzare, abbiamo mangiato lo stesso cibo e dormito nelle stesse capanne, ci hanno mostrato la passione per il Vangelo e per la giustizia”.

Se avete l’occasione di viaggiare in certi stati dell’ Africa (ad esempio in Cameroun, Tchad...) lungo le strade e piste troverete molti posti di blocco e controllo (polizia, gendarmeria, dogane, guardie forestali, posti di pedaggio…) frequenti e… noiosi. Ad uno di questi blocchi abbiamo dichiarato che stavamo andando alla missione cattolica di Ma’an e il poliziotto ha risposto: “Andate a trovare vostro fratello, il padre Mario!”.
Non era una domanda, ma un’affermazione. Lungo la pista di Ma’an nella foresta equatoriale del sud Cameroun molti sanno che nella chiesa cattolica dei Ss. Pietro e Paolo di Ma’an è sepolto (dal 22 febbraio 2011) don Mario Bortoletto. Questa frase mi ha accompagnato per il resto dei 70 Km di pista rossa con le solite buche (anche se molto meno di 30 anni fa quando anch’io lavoravo come sacerdote Fidei donum di Treviso assieme ai Padri del Pime).
Oggi ci sono dei libri che possono aiutare a conoscere questi 50 anni di evangelizzazione nella grande missione di Ambam (a quei tempi diocesi di Sangmelima, ora diocesi di Ebolowa), le molte persone che hanno testimoniato con la loro vita e i loro sacrifici l’amore di Gesù per tutti gli abitanti Ntumu della foresta. Sono preti, suore missionarie dell’Immacolata - Pime, laici volontari, catechisti… che troverete leggendo questi libri, ma anche ascoltando le loro testimonianze: in molti siamo ancora vivi.
Non vi parlo dell’accoglienza che abbiamo ricevuto (certe cose non si raccontano a parole, ma si vivono con i sorrisi, le grida di festa, le strette di mano, gli abbracci, le danze, il suono di tamburi, balafon, sedendoci nelle loro case, ascoltando, condividendo il cibo…) ma mi ha colpito la maglietta bianca indossata da un cristiano: con la foto e il nome di don Mario Bortoletto era stampato anche un proverbio: Zo’ ekele eli’i metsin = l’elefante avanza lasciando le tracce. L’adulto vive ed educa con dei segni, delle tracce che rimangono per le nuove generazioni.
Questo breve viaggio è per me l’ulteriore occasione di chiedermi quali tracce sto lasciando nella mia vita di cristiano e di prete, prima in Africa ed ora a Treviso. Quali tracce le nostre comunità cristiane di Treviso e i nostri Fidei donum lasciano in questo mondo “globalizzato”?
Non parlo delle strutture materiali, che con molti sacrifici e molte offerte ricevute dagli amici italiani e dal lavoro dei cristiani locali abbiamo costruito. Purtroppo, tutte le strutture mostrano evidenti segni di mancanza di manutenzione.
Tre segni viventi
Il giovane parroco di Ma’an durante la messa, oltre al grazie per il lavoro svolto dai preti e volontari italiani, e per la retta del seminario pagata dai preti italiani, ha ribadito con forza che lì noi celebravamo tre segni viventi: il primo è la presenza del loro “patriarca nella fede”, don Mario Bortoletto, sepolto in chiesa; il secondo è il sangue versato da p. Giovanni Belotti del Pime, morto nel 1989, per un incidente stradale a pochi chilometri dalla chiesa, ed ora tutti gli abitanti di quel villaggio sono cattolici; il terzo è la presenza nella comunità di Ma’an dei fratelli italiani con cui condividere l’Eucaristia.
Grandi celebrazioni
Le celebrazioni per il 50° anniversario dell’arrivo dei primi preti italiani (i nostri diocesani don Mario Bortoletto e don Angelo Santinon e i padri del Pime Giorgio Granziero e Giovanni Belotti) si sono svolte anche nella parte sud della missione al confine con la Guinea Equatoriale e il Gabon, dove sono state create le prime tre parrocchie distaccate da Ambam e affidate al sempre più numeroso clero locale e alle suore delle congregazioni Camerunesi. Sono le parrocchie di Olamze (La Croce Gloriosa), di Fonossi (San Michele Arcangelo), di Kyè-ossi (Nostra Signora della Visitazione).
Quest’ultima parrocchia ha avuto un grande sviluppo grazie alla sua posizione al confine con la Guinea Equatoriale e il Gabon, alla strada asfaltata, al commercio. La scuola materna ed elementare in aule di legno oggi è diventata una costruzione in cemento che ospita anche il Collegio cattolico. Inoltre, l’aumento dei cristiani ha dato il via all’ampliamento della chiesa, al dispensario affidato alle suore camerunesi, alla nuova canonica... Anche a Fonossi è stata costruita una nuova chiesa e la canonica. Ad Olamze dove era stata costruita la scuola elementare in cemento in ricordo di p. Belotti, i cristiani stanno riprendendo in mano la scuola primaria, e proprio in questa occasione la Regione Cameroun del Pime ha dato un consistente contributo finanziario.
Reliquie in regalo
Mi sono chiesto, prima di andare a queste celebrazioni, che cosa avrei potuto portare come ricordo. Ho pensato di condividere dei segni della nostra storia cristiana e dei nostri testimoni nella fede: i Santi. Le reliquie dei santi e dei martiri sono segni di comunione e stimolo per vivere con coraggio e gioia, anche in tempi di persecuzione e martirio, il dono della Fede. Alle tre parrocchie abbiamo fatto dono delle reliquie di San Pio X, di Santa Maria Maddalena di Canossa, di Santa Giuseppina Bakhita, e alla parrocchia di Olamze anche una reliquia della Ss. Croce.
Non è mancata anche la visita per una preghiera alle tombe dei catechisti e capi cristiani che hanno accompagnato i passi dei preti italiani nella visita ai vari villaggi (oltre 32) nelle differenti piste in cui la missione era suddivisa.
E’ con grande piacere che abbiamo saputo che ragazzi e ragazze, ora diventati adulti, grazie alla loro buona volontà e talvolta con l’aiuto dei padri per pagare la scuola, oggi sono funzionari dello Stato.
Al momento del brindisi Paul T. ha ricordato: “Con questi padri abbiamo camminato per gli stessi sentieri, i nostri piedi hanno calpestato lo stesso fango, siamo stati punti dalle stesse zanzare, abbiamo mangiato lo stesso cibo e dormito nelle stesse capanne, ci hanno mostrato la passione per il Vangelo e per la giustizia”. Dopo 30 anni sentire queste testimonianze è un grande segno di speranza e consolazione per il resto degli anni che il Signore ci donerà.
Certo non mancano anche segni preoccupanti. Un fenomeno che fa riflettere è il sempre maggior numero di nuove “chiese – sette” che stanno nascendo in città ma anche nei villaggi, con il conseguente passaggio di cristiani cattolici a queste “nuove chiese”.

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