L’Indo-Pacifico e la Cina
Trump vuole a qualsiasi costo arrivare a una pace con Vladimir Putin e definire...
Non è facile scrivere di pace in un tempo che possiamo definire di guerra. Qualcuno potrebbe obiettare che qui, nelle nostre città, le armi tacciono. Certamente non abbiamo droni che colpiscono centrali elettriche, o missili sulle infrastrutture, eppure basta poco per accorgersi che la nostra società è disseminata di campi minati. Sono sotto attacco le realtà più delicate e fondamentali della vita sociale: i legami. Mi riferisco alla sfiducia che si respira nei rapporti interpersonali, dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alle amicizie. Recentemente, alla scuola professionale di Fonte, abbiamo affrontato il tema dei suicidi. Il confronto con oltre 200 studenti ha aperto una finestra su un mondo che ci ha lasciati sconcertati.
La guerra nel cuore. Spesso si pensa che i social abbiano rimosso ogni tabù per i giovani. Eppure, proprio sul tema del suicidio - ovvero della “guerra” che si scatena nell’animo umano e che trova nella morte un’apparente via d’uscita - regna il silenzio. Non se ne parla tra compagni, né con i genitori. Si parla di tutto, tranne che del “male di vivere”. Il dato più doloroso? All’incontro organizzato per i genitori si sono presentati solo 12 adulti. È il segno che nemmeno noi adulti cogliamo il conflitto in corso, le basi delle relazioni minate, perché “non c’è tempo” o perché pensiamo che il problema non ci riguardi. Finché non accade nella propria casa, nel condominio o nella cerchia di amici, la tragedia resta un’eco lontana. Proprio come la guerra in Ucraina, che dista da noi quanto la Spagna: vicina, ma psicologicamente remota.
Perché marciare, allora? Domenica 26 gennaio, a Camposampiero, scegliamo come diocesi di Treviso di marciare per accorciare le distanze. Per sentire che il mondo è il nostro condominio, che l’umanità è la nostra famiglia e che quelle vittime sono nostri amici, di più, fratelli. Usciamo dalle “comfort zone” dei nostri divani e delle serie tv per incontrare storie vere, di uomini e donne che non recitano, ma ci ricordano che la guerra ha sfondato la porta di chi, fino a ieri, si sentiva al sicuro come noi. La pace non è un possesso definitivo, non è invincibile. La pace è fragile, chiede aiuto e fiducia. Non è mai una conquista, ma un dono delicato da custodire. Mentre al male si grida “basta”, - scrive il pontefice - alla pace si sussurra “per sempre”.
L’umile simbolo del bottone. La pace, come l’amore, è figlia del sussurro e dell’ascolto. Per questo, come simbolo della marcia di quest’anno, abbiamo scelto il bottone. Un oggetto umile che nel linguaggio comune ci suggerisce un cambio di passo: “Non attaccar briga, attacca bottone”. Significa smettere di guardare il fratello con sospetto - perché il sospetto genera solo altro sospetto, innescando la logica del conflitto - e avere il coraggio di salutare, di dire una parola, di accendere una relazione fiduciosa. “Attaccare bottone” significa ricucire. Significa ricostruire quella rete che, nonostante le ferite del mondo, ci permette di essere ancora, evangelicamente, “pescatori di uomini”.