È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...
La Grazia di Sorrentino
La Grazia non è un film sull’eutanasia e sull’approvazione della relativa legge. Almeno non lo è totalmente e Sorrentino, dopo aver forse un po’ zoppicato nelle sue ultime opere, ritrova il guizzo geniale che gli permette di realizzare un’opera che poteva essere un proclama politico e, invece, è un inno al dubbio, visto come elemento positivo e di contrappeso a una sicumera pericolosa. Un inno alla ricerca continua della verità. La Grazia è sicuramente quella che la Chiesa definisce come “il dono gratuito e immeritato di Dio, un intervento soprannaturale del suo amore che eleva l’anima umana, la rende capace di rispondere a Lui e di vivere secondo la sua volontà, trasformandola per la salvezza e la santificazione, superando i limiti del peccato e orientandola verso la vita eterna”. Ma la grazia, qui, è anche quella che il Presidente è chiamato a concedere a due condannati per omicidio, entrambi commessi “per amore”, sostengono loro. È questo dilemma a costituire l’idea forza che permette a Mariano de Santis, il presidente della Repubblica al termine del suo mandato, di soppesare per due avvincenti ore la questione in ballo, la legge sull’eutanasia, confrontandola non solo con le varie teorie e sensibilità, ma soprattutto con la vita comune della gente o, se vogliamo, con quelle espressioni più drammatiche a cui a volte la vita ordinaria ci mette di fronte. I dubbi del Presidente sono, comunque, “cemento armato” e un po’ lo si vede quando con piglio deciso comunica alla figlia le modifiche alla legge sul fine vita, così da renderla blindata a interpretazioni egoistiche e malvagie. Di fronte alle domande di grazia percepisce subito che non è questione di sondaggi o maggioranza: l’affidarsi a criteri di popolarità può essere devastante. Hanno ucciso per amore, dicono i due richiedenti. Ma come si può misurare l’amore? La domanda resta aperta e senza risposte. C’è spazio per il benedetto dubbio.
La grazia delle domande
La figlia ne pone una struggente al padre-Presidente. Dorotea si fa trovare pronta quando il padre scricchiola e sentenzia “Di chi sono i nostri giorni?”. In “The young Pope” la domanda era “Dove cadono i pomeriggi?”. Sorrentino non ha chiuso ancora i conti con le domande e anche questo è uno stato di grazia.
Non ho dimenticato questa domanda semplice e concreta perché autentica e sincera. Nel film di Sorrentino la grazia biblica e quella giuridica si fondono. Ma in realtà sono la stessa cosa: non c’è nessuna spiegazione a certi gesti di perdono e di amore. Così si resta sorpresi dalle scelte finali del Presidente. Spesso abbiamo in noi questa ansia di sapere se siamo nel giusto o no, se l’altro è nel giusto. Non ne veniamo fuori: proclamiamo ai quattro venti che la Grazia è il dono immeritato e gratuito dell’amore di Dio, ma non lo accettiamo. La giustizia retributiva resta spesso il nostro unico orizzonte a la nostra unica meta: avrai quello che meriti.
Ma la Grazia è, appunto, altro, oltre. La grande bellezza di Mariano de Santis è saper andare oltre. È tutto qui, ma non è semplice. Anzi. Mi permetto una digressione su un film poco conosciuto e poco visto di molti anni fa: “Il dolce domani”. Parla di una comunità annichilita e letteralmente distrutta da un dolore immenso per la perdita di molti bambini inabissatisi dentro uno scuolabus in un lago gelato. Un avvocato diabolico cercherà di mettere tutti contro tutti. Una superstite (l’unica assieme all’autista) chiuderà il cerchio mentendo e lasciando la possibilità alla comunità e all’autista responsabile della tragedia di avere un dolce domani, o perlomeno non amaro come quello servito da una ricerca spasmodica della “verità”. La Grazia, appunto.
Conclusioni
La Grazia è un gran bel film, moderno anche se ambientato in quello che pare un museo. Contaminato dalla musica tecno e dal rap. Ma soprattutto un film che parla anche di lentezza, del tempo necessario per capire le cose e le persone che vanno guardate in volto, ascoltate. Un film che pone delle domande a cui non devono rispondere solo i giuristi o gli alti prelati, ma ciascuno di noi. E, in cima a tutto, la domanda delle domande che non è solo sul fine vita, ma sulla vita nella sua completezza, una domanda esistenziale e vocazionale: “Di chi sono i nostri giorni?”.
(Responsabile Cinema Busan e presidente Acec Triveneta. Ha collaborato Arianna Prevedello)



