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Arti&mestieri/11: Mario Beraldo e il nobile servizio del maggiordomo

Il tratto del vero signore
13/02/2026

“Ambrogio, avrei un certo languorino...”, sussurra la contessa al maggiordomo che, premuroso, le offre un cioccolatino.

Sono gli ultimi anni del secolo XX, quelli in cui sbancano in Tv i film tratti dai libri di Agatha Christie, spesso ambientati in dimore dove il maître è una figura dominante.

E sono i tempi di Aladino, un giornale di annunci economici. Lo sfoglia Mario Beraldo, nel suo bar di Cornuda, e legge: “Nobile cerca maggiordomo...”.

Una telefonata, l’appuntamento e l’incontro a Galzignano Terme. Il nobiluomo si fa attendere e così Mario e Cinzia, sposi da qualche tempo e genitori di due bimbe, possono perlustrare il giardino adornato di statue, fontane, siepi di bosso. Villa Barbarigo Pizzoni Ardemani, leggono, un nome che non rievoca nulla: la sua fama, diffusasi nel mondo come goccia d’inchiostro nel latte, non è arrivata al bar di Mario, di fronte alla caserma dei carabinieri di Cornuda.

“Quindi tu - lo interpella il conte -, vorresti essere il mio maggiordomo, tu avanzo di osteria, tu impastato di bestemmie parolacce schiamazzi, stai scherzando vero?”. Impallidisce Cinzia, brucia e ringalluzzisce Mario. “Senta signor conte - risponde Mario -, io ho lavorato come «chef de rang» nei migliori hotel di Londra, di Baden Baden, ho seguito l’imperatrice Farah Diba a St. Moritz”. Parole che vanno dritte al cervello dell’interlocutore: questo sarebbe stato l’uomo adatto al principe Carlo d’Inghilterra al suo arrivo in villa.

“Le saprò dire”, chiude il conte. E mentre i nostri girano i tacchi, il telefono squilla nella caserma dei carabinieri di Cornuda. Beraldo? Lo conoscono: garbato, affabile, un vero signore. E, così, Mario indossa la divisa del maggiordomo: verde per la cura dell’argenteria, rossa per la quotidianità e la livrea per le grandi occasioni.

Il conte è sulla settantina, la contessa consorte non c’è più, portata via con la sua piccola da un incidente d’auto. La vita in villa continua con gli impegni sociali, sportivi e, pian piano, anche quelli galanti, tanti questi ultimi. “Le tue mani di maggiordomo devono stare immobili dietro la schiena”, gli spiega il blasonato, ma quando qualcuno gliela porge, lui d’istinto la stringe.

“No e poi no, devi fare un inchino: non sei della nostra classe sociale”, si sente dire. Dai Mario, avrai stretto la mano del presidente Sandro Pertini, di Helenio Herrera, di calciatori, artisti, ma la partita in villa Barbarigo è diversa, si svolge al piano nobile, caro te. E non dimenticare, maggiordomo di primo pelo, che negli Stati Uniti il fratello del conte ha sorseggiato il tè con il presidente Harry Truman. L’invito, scritto a mano, ora è in villa.

La servitù abbonda. Sono cinque le donne alle dipendenze, c’è il cuoco, e lavorano all’esterno 15 giardinieri: il giardino seicentesco è l’orgoglio, maestosa attrazione di visitatori internazionali e fonte di reddito.

Cinzia si occupa del piano nobile, Mario ha la responsabilità del personale. C’è un gran daffare per ravvivare ogni giorno l’argenteria, per controllare che tutto sia a posto, c’è un gran daffare anche perché il conte non va per il sottile al rientro dalle cavalcate: abile cavallerizzo, è cresciuto alla scuola dei fratelli D’Inzeo.

Un brutto giorno l’anfitrione si ammala: per favorire la guarigione qualcuno gli consiglia il cibo cinese, e allora non resta che partire per il Paese dei mandarini, soggiornarvi per qualche tempo e ritornare con un cuoco doc al seguito; anche se non si capisce se sia veramente un cuoco, se abbia mai maneggiato pentole e mestoli, sta di fatto che ora ogni muro della villa odora di spezie orientali.

E, d’improvviso, gli ospiti si dichiarano soverchiati da impegni e costretti, di malavoglia certo, a declinare gli inviti. Il maggiordomo no, non riesce a escogitare un pretesto, anche non plausibile.

Annaffia ogni boccone con mezzo bicchiere di vino e avanti così fino a fine pasto, quando alzarsi e stare dritto diventa per lui un problema.

Il conte sta meglio, grazie a Dio, il cuoco saluta e se ne va, terminano in simultanea gli impegni degli ospiti, tornano le feste con un massimo di otto persone, mai una in più: a tavola i bicchieri cantano, ma gli anni passano, invecchia il conte, si riduce sia il numero degli ospiti sia l’organico.

Nella villa intonsa di malinconia, gli inchini si fanno rari: passati i tempi delle feste con la marchesa Frescobaldi della dinastia del vino, con il duca di Norfolk, non risuonano più i passi soavi di Carla Fracci, quelli scanzonati di Don Lurio e nemmeno le mosse del camaleontico Alberto Sordi.

Il figlio consiglia spese più oculate, chiede quale sia ormai la funzione di Mario. Il nostro maggiordomo, annusata l’aria che tira, informa il suo datore di lavoro che è giunto il momento di lasciare. Con dispiacere le dimissioni vengono accettate e i 12 anni di buon servizio riconosciuti con generosità.

Mario e Cinzia tornano a casa in quel di Santa Maria della Vittoria, nel verde del Montello, sotto un cielo di cui possono godere di giorno e di sera. “Ho l’impressione di aver vissuto duecento anni”, dice l’ex maggiordomo. La nostalgia è palpabile.

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