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Arti&mestieri/22. I maestri Schiavetto e la cura del dettaglio

15/07/2026

Incendiato dal sole, il cancello ricama trame d’ombra, mentre oltre, il portone si apre ad accogliere lo sguardo smarrito nell’abbaglio della luce. Schiavetto Restauri è là, a Povegliano, nella quiete del sabato pomeriggio. Mute le macchine, rilassati i pennelli, le sgorbie e gli altri ferri del mestiere. Giovanni, 64 anni, il fratello Roberto con un decennio in meno sulle spalle, e il padre Giuseppe, classe 1932, sono schietti nel raccontare il loro cammino per sentieri ripidi e inciampi, trasformando ogni ostacolo in un passo avanti.

Il peccato originale l’ha commesso Giuseppe: apprendista falegname, a 13 anni ha già le mani in pasta. Pialle e scalpelli scandiscono le giornate del ragazzo, attento ai gesti del maestro mentre lavora alle ruote dei carri, a letti e armadi, alle bare che gli fanno correre un brivido lungo la schiena. Dalla provincia trevigiana alla Brianza, terra di artigiani del mobile, fino alla Svizzera, sempre con pialla e sega, e poi di nuovo a casa, con la fissa di guadagnare abbastanza per mettersi in proprio. Attraversato il fuoco delle difficoltà, convinto di sapere il fatto suo, è costretto invece a indossare di nuovo i panni del principiante da Moretti, fabbrica di mobili per alberghi, dove impara e, tra una cosa e l’altra, mette su un laboratorio nello scantinato di casa. La moglie Luigina ci mette l’anima, lui la affianca di sera. Se la pazienza è amara, il suo frutto è dolce e così tra il 1980 e il 1982, quando Giovanni è ormai ventenne, prende forma il nuovo capannone accanto alla casa. Addio al sogno di calciatore, addio anche a quello della nonna che avrebbe voluto un medico in famiglia, ma la bottega è là, nuova di zecca e con tanto da fare: è così che il giovanotto diventa “medico” di mobili. La nuova energia sviluppa collaborazioni più strette con architetti e antiquari, e raggiunge un livello tale da sollecitare l’interesse della Soprintendenza ai beni culturali. Questo segna il punto di svolta nella filosofia del recupero, maturato dall’esperienza, dalla curiosità e dalla sintonia con Roberto, fratello minore. Mai convinti di aver raggiunto l’eccellenza, comprendono che il restauro deve essere orientato all’oggetto, non al cliente. Se prima c’era una persona da soddisfare, ora conta la conservazione di quanto il passato ha messo nelle mani: studiano epoche e tecniche per abitare lo spirito che ha generato l’opera. Il problema, confida Giovanni, è la passione che trascina e si prende un bel bottino di tempo. Lo dice mentre l’occhio si va a posare su cornici di altare sotto tutela della Soprintendenza friulana: il bene artistico appartiene a una chiesetta di Fossabiuba, a Sacile. Giovanni e Roberto, dopo la pulizia millimetro su millimetro e dopo aver scoperto con emozione i colori del Cristo e degli angeli, affidano l’altare policromo alle mani di Elena Dal Moro, accreditata dal Ministero dei beni culturali. A forza di tocchi di pennello tornerà luminoso pur conservando la leggibilità del restauro: il bello sta proprio nel lasciare i segni del tempo, l’intreccio tra mani dell’oggi e quelle di un ieri remoto.

In passato il restauro mirava a mimetizzare le parti rovinate; oggi il principio è diverso: se il recupero da lontano si fonde con l’opera restituendo la pienezza dell’immagine, da vicino, invece, deve farsi riconoscere. Soffermarsi sul pulpito restaurato da loro nella chiesa di San Nicolò a Treviso aiuta a comprendere. Ma quanti interventi avranno fatto? Allarga le braccia Giovanni, si accarezza la fronte Roberto, si muove sulla sedia Giuseppe quasi a cercare una fuga diplomatica. “Se ha tempo per fermarsi a cena ...”, l’incipit è interessante. Inizia il rosario recitato a più voci. Nella sacrestia di San Nicolò, una volta tolto il controsoffitto, è apparso un bottino inatteso di affreschi del 1200. Il racconto fa brillare ancora gli occhi dei fratelli Schiavetto che hanno messo talento e perizia in numerosi arredi antichi di luoghi sacri, sacrestie e seminari dove il silenzio fa tornare alla mente i fruscii delle tonache. Nelle chiese di Sant’Agostino, Santo Stefano, San Gregorio in città e poi ad Arcade, Ospedaletto, Montebelluna i portali recuperati sembrano restituire voci e rumori di carrozze. Silenzio invece. Tace anche la credenza seicentesca, indifferente all’andar del tempo, nell’angolo protetto che la fa sentire in mani sicure tanto da mostrare con orgoglio lo stemma dell’Ordine dei domenicani. Storia e cultura rafforzate dall’arte.

Patrimoni sacri, ville e alberghi. Nella capitale, per esempio, i due fratelli hanno restaurato gli arredi lignei del Grand Hotel Plaza. A Cison di Valmarino cambia l’orizzonte, ma resta la cura dei dettagli: nell’evocativo Castelbrando, infatti, porte e finestre rimesse in sesto da Giovanni e Roberto sembrano richiamare congiure e giochi di potere insieme alla figura dello spietato Marcantonio Brandolini.

La pialla del falegname Giuseppe - un nome, una garanzia - ha dato l’abbrivio al successo dei figli, che, raccolta l’eredità, continuano a far vivere la storia di famiglia.

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