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Case della comunità pronte entro giugno, ma la sanità territoriale è tutta da costruire
Entro il 30 giugno dovranno essere completate in tutto il Veneto. Sono le Case della comunità, anello intermedio tra i cittadini e gli ospedali. Dovrebbero rappresentare la medicina territoriale, in grado di gestire le problematiche non acute e le dimissioni dagli ospedali dopo la fase critica. A loro vengono assegnati il medico di medicina generale, gli infermieri e gli ambulatori, si parla anche dello psicologo. 73 sono già pronte, ne mancano una trentina. Sono state realizzate con il Pnrr, l’Europa ci ha prestato i soldi dopo il Covid e bisognerà ripagare parte di questo debito. Per il momento, si punta ad avere i “muri”. Le prime aperte, come quelle di Asolo e di Farra di Soligo nel Trevigiano, per il momento ospitano servizi già esistenti nei vecchi poliambulatori come il centro prelievi, le vaccinazioni e appunto gli ambulatori.
Molto positivo l’assessore alla Sanità del Veneto, Guido Gerosa: “Il rush finale verso il 30 giugno sta producendo effetti positivi, più di quanto i pessimisti prevedevano. La Misura 6 sanitaria del Pnrr in Veneto verrà praticamente completata e i tempi, di fatto, saranno rispettati, grazie a un grande lavoro di squadra tra Regione e Aziende sanitarie. In generale, risultano finiti i lavori per la realizzazione di 73 Case della comunità e la previsione è che al 30 giugno ne entreranno in funzione 101, contro le 91 previste da Pnrr; sono conclusi i lavori per 29 Ospedali di comunità contro i 30 previsti dal Programma”.
A giugno si farà il punto sul piano edilizio e su quello tecnologico, ovvero si controllerà che tutte le strutture siano come previsto e si dovranno rendicontare le spese finora sostenute. Faranno la parte del leone Verona e Padova, con 20 Case. Poco sotto, le 17 della Marca trevigiana (Asolo, Dosson di Casier, Castelfranco Veneto, Codognè, Conegliano, Farra di Soligo, Mogliano Veneto, Montebelluna, Motta di Livenza, Oderzo, Paese, Pieve del Grappa, Treviso, Valdobbiadene, Villorba e Vittorio Veneto), poi c’è Venezia con 13 strutture, Vicenza 9, la zona di Bassano-Asiago con 8 strutture, 6 l’area di San Donà, 5 il Polesine, fanalino di coda Belluno e le Dolomiti con 4.
Nella maggior parte dei casi si tratta di hub, ovvero sedi principali, più grandi e complete, che comprendono i seguenti servizi: medici di famiglia, pediatri, specialisti, infermieri di comunità, Punto unico di accesso (Pua), prelievi ed esami di base, Cup e prenotazioni, assistenza domiciliare, servizi sociali integrati, continuità assistenziale. Per 3 si parla di strutture spoke, ovvero sedi collegata all’Hub, più vicine ai quartieri o ai piccoli comuni. Negli Hub la presenza del medico sarà costante, giorno e notte. L’infermiere si troverà 12 ore al giorno, tutti i giorni. Il Veneziano ha alcune delle sedi più avanzate nei lavori e pronte alla partenza: si tratta di Noale e Favaro. Le responsabilità della gestione di queste Case saranno in capo al direttore del distretto socio sanitario, da non confondere con il futuro direttore degli Ats, Ambiti territoriali sociali, che invece si occuperà per conto dei Comuni del settore sociale. Dentro alle Case della comunità si troveranno anche figure nuove come lo psicologo, l’infermiere di comunità e un ruolo centrale avrà il medico di medicina generale, ovvero il medico di famiglia.
L’intervista
“È stata acquistata una bella moto senza sapere che farne e dove andare”. Usa questa immagine, la dottoressa Ilaria Barcati, segretaria della Federazione italiana medici di medicina generale di Treviso, Fimmg.
“Stiamo ragionando con la Regione per stringere l’Accordo integrativo regionale sulle Case della comunità. Siamo fra le ultime regioni a dare attuazione al DM 77 del 2022. Dunque, per il momento ci sono solo i muri, ma il ruolo che il medico di famiglia avrà all’interno non è ancora chiaro. Anzi, questa riflessione arriva in un momento di difficoltà nei rapporti tra questi professionisti e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha appena proposto di trasformare i medici in dipendenti in pubblici.
“Non si capisce il senso di una proposta che aggrava i costi della sanità - prosegue Barcati -. Lo Stato dovrà pagarci i contributi e fornirci degli studi ambulatoriali adeguati. Davvero non se ne coglie la logica, a meno che non si voglia ridurre, e di molto, lo stipendio da dare a questo dipendente. Eppure - sottolinea la Barcati - proprio il Covid ha dimostrato che questi professionisti convenzionati sono gli unici che restano sempre in campo: mentre tutta la sanità si ritirava dal territorio, noi continuavamo a vedere pazienti”.
Prosegue la segretaria Fimmg: “Tra le cose ancora non chiare, c’è anche il rapporto con esperienze precedenti, come le medicina di gruppo. Dovrebbero nascere le associazioni funzionali territoriali, ma, anche qui, dobbiamo aspettare il nuovo Accordo integrativo regionale, Air”.
Per il 30 giugno, “dovremmo avere operative queste strutture. Invece, soffriamo ancora fortemente delle mancanza di neolaureati. Neppure il Covid ha contribuito ad aumentare le borse per la specializzazione. Inoltre, c’è un fenomeno molto grave: medici che decidono prematuramente di andare in pensione. Non reggono, giustamente, questi ritmi. A Treviso, un medico di famiglia riceve mediamente tra gli 80 e i 90 pazienti al giorno, poi ci sono le visite domiciliari, la burocrazia da compilare e le ricette. Si va ben oltre le otto ore”.
Certo, “le Case della comunità sono un cambiamento epocale. Vi è la necessità di trovare un accordo che valorizzi la nostra professione e non la sommerga con la burocrazia, con la mancanza di risorse e di personale sanitario”.



