Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Marco e Michela: un grande progetto per ricostruire il legame con la terra
Il Veneto è storicamente una regione contadina, in cui il duro lavoro della terra è guardato con rispetto, perché è anche grazie ai prodotti di questa terra che il territorio si è fatto forte. Le nostre abitudini alimentari però raccontano un’altra storia: ricerchiamo pomodori e zucchine d’inverno, fragole tutto l’anno, banane immancabili per il potassio, e in generale stiamo mettendo da parte un dizionario di sapori che comprendeva più prodotti e più varietà di quelle che conosciamo. E l’impressione è che abbiamo smesso di rispettare la figura che lavora la terra, se siamo disposti a pagarla così poco.
Per fortuna ci sono anche altri modelli, altre realtà, altre opportunità. In Italia siamo piuttosto indietro rispetto a Paesi europei come la Francia, in cui i gruppi di acquisto terra sono noti e (in un certo senso) floridi, come ad esempio Terre de Liens (lett. “terra di legami”), che esiste da circa 20 anni e unisce attori provenienti dalla società civile, dal mondo agricolo e dalla finanza solidale per ricostruire il legame tra agricoltori e cittadini. Il problema è che manca l’accesso alla terra da coltivare, soprattutto per i giovani, perché generalmente lasciata in abbandono o preda della speculazione edilizia e delle monoculture.
È da qui che inizia la storia di Michela e Marco, da un terreno di circa 4 ettari che coltivavano in affitto a frutta e ortaggi, con metodo biologico, e che recentemente hanno perso, perché venduto per 850 mila euro a un cavatore per farne vigneto. L’affittuario originario era Attilio Coletti, pioniere nel trevigiano dell’agricoltura biodinamica; qualche anno dopo la sua morte, i nipoti hanno deciso di vendere e Michela e Marco non hanno potuto fare altro che prenderne atto. Me lo raccontano con la stanchezza di chi ha ripetuto questa storia centinaia di volte, ma anche con la consapevolezza di chi ha fatto il possibile per evitarlo.
Si animano quando mi raccontano cosa è successo dopo, una sorta di rinascita e di ritorno alla fiducia nel futuro: l’incontro con il Gast Campilonghi (Gruppo di acquisto solidale terreno) a Montebelluna. Anche la loro storia è un atto di resistenza: nel 2012 un gruppo di 40 famiglie ha acquistato per circa 10 mila euro ciascuna un terreno di 3 ettari, salvandolo dalla speculazione delle cave. Nel 2014 si sono costituiti come società agricola cooperativa con l’obiettivo di una gestione economica sostenibile di quella terra, aprendo al contempo gli spazi alla comunità per momenti di socialità, educazione e cultura: un progetto pionieristico in Italia che ancora oggi non ha eguali. A distanza di 12 anni, però, il progetto ha perso lo smalto e le energie iniziali, portando diverse famiglie a voler lasciare. Ormai è quasi certo che metteranno la loro quota di terra in buone mani: da aprile Marco e Michela hanno ripreso in mano la situazione con il progetto “Mettiamo radici”, raccogliendo ad oggi il 90% dei soci necessari per liquidare i proprietari e costituire una nuova società agricola cooperativa, di cui saranno soci, con l’impegno di coltivare quei 3 ettari pagando l’affitto. “Anzi, stiamo puntando ad ampliarci acquisendo un terreno di altri 1,5 ettari proprio lì accanto”, racconta Marco con entusiasmo.
Marco, con le mani intrecciate sul tavolo quando non gesticolano, mani di chi lavora con fatica e il volto abbronzato dai campi. Cresciuto in una famiglia ambientalista, a 18 anni ha sentito l’esigenza di concretizzare quelle idee in un progetto di vita; così nel 2006 ha iniziato a lavorare in affitto terreni incolti da convertire oppure biologici. All’epoca era già al fianco di Michela, che aveva maturato questa passione per la terra semplicemente con il ricordo dell’albero di albicocche che aveva in giardino: “A un certo punto mi ero resa conto che non riuscivo più a trovare quel sapore da nessuna parte”, mi racconta con una punta di timidezza ma con sguardo determinato, “ho pensato che non fosse giusto, e che quei sapori dovessero essere preservati”.
Non è facile la vita di chi lavora la terra, specialmente se in affitto, con il terrore di venir privato da un momento all’altro di anni di lavoro e fatica per vedere al suo posto chissà cosa (un vigneto, una cava, un condominio, un supermercato...). “Tante persone che facevano il nostro stesso lavoro tra Venezia, Belluno e Treviso hanno mollato” confessano, e qui ritorna l’amarezza. Quell’amarezza di chi vede il profitto individuale messo al di sopra dell’appartenenza comunitaria, di chi non vede la terra come qualcosa da sfruttare, ma da curare. Si schermano da ogni possibile romanticizzazione del loro lavoro, ma Michela e Marco credono fortemente nell’importanza del “coltivare” una comunità agro-ecologica che condivide un sentire, un orizzonte e delle pratiche ecologiche capaci di dare una speranza per il futuro del territorio e delle persone che lo abitano.
Il ruolo del consumatore
In questo modello agricolo alternativo, il consumatore è un tassello importante del mosaico. Michela e Marco, che coltivano 2 ettari a Volpago, fanno, infatti, vendita diretta, o attraverso piccoli negozi, e attraverso i Gruppi di acquisto solidale, Gas, gruppi informali che si riuniscono per acquistare collettivamente beni e servizi, seguendo princìpi di solidarietà, sostenibilità ambientale e giustizia sociale. “Il cuore del modello è la relazione diretta con i produttori, stabilendo un rapporto basato sulla fiducia reciproca e sulla trasparenza. Gli acquisti privilegiano prodotti biologici o a basso impatto ambientale, provenienti da filiere corte e locali, con produttori che garantiscono condizioni di lavoro dignitose: in questo senso si sostengono i custodi del territorio e si alimentano le economie di prossimità” racconta Enzo Bottecchia, una delle persone a custodire il Gas La Piave a Treviso, un esempio particolare nel suo genere perché dotato di uno spazio fisico di incontro e distribuzione settimanale all’interno del centro sociale Django. Con l’attenzione e la cura di chi ci crede davvero, Enzo mi precisa il carattere collettivo del progetto, ma anche quello culturale: “interessarsi della produzione alimentare radica le persone che partecipano a queste esperienze alla realtà dei fatti, con piena coscienza della stagionalità dei prodotti, delle tipologie di coltivazione, dei costi reali dei beni e di tutte le sfide portate dall’intervento umano”.
In Italia sono presenti centinaia di Gas e, in particolare, nel territorio della nostra diocesi si trovano ad Arcade, Asolo, Giavera, Treviso, Maserada, Nervesa, Montebelluna, Paese, Villorba, Preganziol, Ponte di Piave, Salgareda, Breda, San Donà, Spresiano, Ponzano, Volpago, Zero Branco, Camposampiero, San Martino di Lupari, Mirano. Infine, anche la cooperativa Pace & sviluppo, da cui poi sono nate le esperienze delle Botteghe Altromercato e 4Passi Festival, ha al suo interno un Gas.
Ulteriori approfondimenti sul metodo biologico e convenzionale su La vita del popolo del 19 luglio 2026.



