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Le Brigate del lavoro della Flai Cgil Treviso hanno incontrato un centinaio di lavoratori nei vigneti delle colline patrimonio Unesco e registrato violazioni in materia di sicurezza sul lavoro
24/09/2026

“Treviso e Verona in Veneto sono le due province con la maggior consistenza di denunce in Procura della Repubblica e procedimenti in materia di caporalato e sfruttamento lavorativo” denuncia Giosuè Mattei, segretario generale Flai Cgil del Veneto. Il contesto della dichiarazione è il convegno tenutosi pochi giorni fa in via Dandolo, sede della Cgil a Treviso, “Agricoltura Veneto Toscana due modelli a confronto. Dalle eccellenze regionali allo sfruttamento”. Al centro la consapevolezza che il caporalato agricolo non è affatto appannaggio delle regioni del sud Italia, e che ogni situazione, in qualsiasi punto dello stivale, come ha ricordato la segretaria nazionale Flai Cgil, Silvia Guaraldi, è accomunata dalla necessità di costruire risposte strutturali, “a partire dal bisogno abitativo, del trasporto, dal tema della lingua, dell’incrocio di domanda e offerta di lavoro sino ad arrivare al presidio del territorio degli organi preposti si può costruire un modello economico e sociale radicalmente diverso da quello attuale”. Lo confermano anche le Brigate del lavoro della Flai Treviso, che la settimana scorsa hanno visto i sindacalisti incontrare un centinaio di lavoratori nei vigneti delle colline patrimonio Unesco.

Alcuni numeri

È di poche settimane fa il dato riportato dalla Flai e divulgato dall’Ispettorato nazionale del lavoro, che consegna del Veneto una fotografia impietosa, con il 66,3% delle aziende agricole ispezionate che presenta violazioni, 691 lavoratori coinvolti da irregolarità, 173 lavoratori in nero (terzo posto nella “classifica” nazionale), 61 lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno (secondo posto in Italia), 41 casi di sfruttamento e caporalato (di nuovo terzo posto), 760 violazioni in materia di salute e sicurezza (di nuovo secondi). Di casi emblematici, nella nostra regione, ce ne sono stati: la vendemmia del prosecco nel 2023, il caso Cessalto del 2021, nel 2022 Sommacampagna (in cui uno dei lavoratori in nero era addirittura minorenne) e poi Lonigo, San Giovanni Lupatoto. Per non parlare dei numerosi casi emersi negli altri settori, come nella logistica, nel tessile, persino nel turismo, e poi quelli più “rumorosi”: Fincantieri, Grafica Veneta e Tresoldi.

Le radici del problema

Come riportato anche dall’ultimo report dell’Osservatorio agromafie, il fenomeno del caporalato affonda le proprie radici in due aspetti strutturali della filiera agricola. Da un lato troviamo il caporale che si trova a supplire a una carenza reale, lamentata tanto dagli imprenditori agricoli che dai braccianti, ovvero l’assenza di un sistema che metta in connessione domanda e offerta di lavoro, ruolo che, oggi come oggi, i centri per l’impiego non riescono ad assolvere; dall’altro lato, il problema è anche lo scarso potere contrattuale che molti soggetti del comparto agricolo hanno nei confronti dei loro acquirenti, che li spinge ad accettare prezzi di vendita bassi e a dover comprimere i costi vivi, fra cui soprattutto quello del lavoro. In queste fratture si inseriscono cooperative o terzisti spuntati dal nulla e con una storia poco consolidata, e la Cgil conferma che quest’anno il contoterzismo risulta aumentato: “Di per sé il contoterzismo è legittimo - precisa Danilo Maggiore, segretario generale Flai Treviso -, ma bisogna capire quanto è sana la cooperativa. La check list che abbiamo istituito su questo tema, su base volontaria, è una garanzia anche per il titolare dell’azienda agricola o il proprietario del terreno che appalta. Su quei dati forniti, infatti, l’Inps può fare dei controlli e verificare che sia tutto in regola”.

Specificità del caporalato del Nord

Il lavoro giudiziario degli ultimi anni conferma che questi lavoratori vengono impiegati in comparti produttivi dall’elevato valore aggiunto, come quello vitivinicolo e dei grandi allevamenti intensivi o grandi aziende dell’ortofrutta. Proprio qui giace la grande differenza del Nord rispetto al Sud Italia, dove l’utilizzo di braccianti sfruttati si riscontra più spesso per prodotti venduti a prezzi molto bassi. L’Osservatorio agromafie lo mette nero su bianco: “Riscontrare forme di caporalato e sfruttamento in filiere di valore, oltre a gettare discredito su tali filiere, indica che il ricorso a forme più o meno articolate di interposizione illecita è in qualche modo sdoganato. E che in alcuni casi anche imprenditori con fatturati molto elevati tendono a considerare il lavoro un costo accessorio nel processo produttivo, con una manodopera «usa e getta» da impiegare in modo estemporaneo, seguendo l’assioma del maggior risparmio”.

Lavoratori, esseri umani

A lavorare in quei vigneti e campi ci sono giovani, spesso appena arrivati a Treviso e subito intercettati, in molti casi da caporali connazionali; basta fare un giro serale all’Appiani o al Dal Negro, parcheggi trevigiani, per trovare qualcuno appena tornato da 10 o 12 ore di lavoro. Oppure ci sono quelli “spostati” al momento del bisogno, stagione dopo stagione, tra frutteti di mele, vigneti e campi. Dal 14 al 18 settembre la Flai Treviso ha incontrato decine di lavoratori nei vigneti tra Valdobbiadene, San Pietro di Feletto, Miane e Cison di Valmarino (leggi “prosecco”). Nella maggior parte dei casi l’irregolarità si riscontra al primo sguardo: uomini in infradito, con guanti logori, che indossano vestiti propri, privi di alcun segno distintivo che rimandi alla cooperativa o ai terzisti che li stanno facendo lavorare. Istruiti dai caporali, ai sindacalisti danno tutti risposte vaghe e diverse, tranne una, quella della paga: tutti sostengono di essere pagati 8 euro l’ora (comunque meno di quanto previsto dalle contrattazioni provinciali per i lavoratori stagionali); poi c’è chi dice che lavora 9 ore o 10 o 12, ma (precisano sempre) con una pausa (non meglio identificata). “Vengono soprattutto dal Bangladesh o India - racconta Danilo Maggiore -, quest’anno abbiamo riscontrato molti più rumeni, arrivati appositamente. Alcuni dicono di dormire lì vicino, in case messe a disposizione del caporale, in 4 per ogni stanza; un gruppo di lavoratori veniva dal Pordenonese”. Sono stati offerti loro acqua e cappelli per il sole, nonché volantini con informazioni contrattuali e previdenziali, in diverse lingue.

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