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Editoriale: stare nell’amicizia con il Signore

Siamo certi che uno stile di Chiesa sempre più sinodale possa alleviare le fatiche del prete, ridimensionarne le incombenze, rimotivarlo e generare una nuova fecondità pastorale, capace di fare breccia nel cuore degli uomini. Forse siamo solo agli inizi di una faticosa ricerca di una nuova figura di Chiesa, appunto, più sinodale e missionaria, ma anche di una nuova figura di presbitero e di esercizio del ministero e dell’autorità che ne deriva. Nel frattempo, ogni sacerdote è tenuto a farsi carico anche di un tempo più o meno lungo di transizione, di adoperarsi senza agitarsi o demoralizzarsi nell’impegnativa attraversata di un mare spesso agitato, convinto nella fede che ci sarà più avanti un approdo sicuro e che il Signore non mancherà di dare forza e coraggio
31/05/2024

Per la nostra Chiesa è stato un momento di grande gioia, perché ogni ordinazione sacerdotale è un segno che il Signore si interessa di noi e che, nonostante questi siano tempi difficili per fare una tale scelta vocazionale, ci fa ancora dono di qualche prete per il servizio a Dio e agli uomini.

Come ha scritto il rettore del Seminario don Luca Pizzato nel numero 20 di “Vita”, il nuovo presbitero, come ogni cristiano, è chiamato a perseverare nella preghiera non solo per chiedere il dono di nuove vocazioni ma anche perché, come torna spesso a richiamare papa Francesco, al centro della vita cristiana ci sia sempre il dono dell’amicizia con il Signore, la quale ci libera dalla tristezza dell’individualismo e dal rischio di una vita senza significato, senza amore e senza speranza.

A don Luca Volpato vogliamo augurare di perseverare in questa amicizia e intimità con Gesù, perché solo se il suo cuore sarà abitato da Lui e apparterrà a Lui,il suo ministero sarà fecondo e duraturo. Solamente la casa piantata sulla roccia della Parola del Signore, fatta preghiera e stile di vita, potrà sfidare ogni avversità e tempesta senza sgretolarsi.

Ravvivare e custodire il dono ricevuto

Al convegno internazionale sulla formazione del clero, tenuto nel mese di febbraio, papa Francesco raccomandava ai preti di non essere mondani, nevrotici, amari o “zitelloni”; di essere sempre servitori e non imprenditori, testimoni prima che maestri, discepoli anziché padroni e di rimanere attaccati al popolo, perché questo “preserva dal rischio di staccarci dalla realtà”. Poi raccomandava di perdonare sempre e di “non aver paura di essere teneri”. Sappiamo che egli, in modo anche un po’ provocatorio, batte spesso su questo tasto, convinto com’è che la qualità e il buon esercizio del ministero, soprattutto in questo tempo, non possano mai prescindervi.

Per don Luca e per ogni prete si tratta, perciò, di ravvivare sempre il dono ricevuto, quello appunto del sacerdozio. Per questo è necessario vivere ogni scelta, sia personale che pastorale, nella preghiera e nell’obbedienza alla volontà di Dio. Il Papa aggiunge, però, altre tre strade che è necessario percorrere per ravvivare tale dono: quella di una vita nella gioia, che nasce dalla consapevolezza di essere stati amati da Dio e ha come sua sorgente il Vangelo; l’appartenenza al popolo, perché discepoli missionari si può essere solo insieme e mai da soli o isolati e, infine, la generatività del servizio, perché il servire è il tratto distintivo dei ministri di Cristo e solo così si può essere “padri e madri per coloro che ci sono affidati”.

Un ministero impegnativo

Quello del prete è un ministero assai impegnativo e, a volte, pesante perché la messe è molta e gli operai che seminano e curano il campo sono sempre meno. Un campo, bisogna convenire che, oggi più di ieri, frappone sempre più resistenze al lasciarsi dissodare, curare e ad accogliere il seme.

Siamo certi che uno stile di Chiesa sempre più sinodale possa alleviare le fatiche del prete, ridimensionarne le incombenze, rimotivarlo e generare una nuova fecondità pastorale, capace di fare breccia nel cuore degli uomini. Forse siamo solo agli inizi di una faticosa ricerca di una nuova figura di Chiesa, appunto, più sinodale e missionaria, ma anche di una nuova figura di presbitero e di esercizio del ministero e dell’autorità che ne deriva. Nel frattempo, ogni sacerdote è tenuto a farsi carico anche di un tempo più o meno lungo di transizione, di adoperarsi senza agitarsi o demoralizzarsi nell’impegnativa attraversata di un mare spesso agitato, convinto nella fede che ci sarà più avanti un approdo sicuro e che il Signore non mancherà di dare forza e coraggio.

Il ministero è impegnativo e viene spesso messo alla prova, anche perché il mondo va sempre più “da un’altra parte”. Non solo perché “rema contro”, quanto piuttosto perché la sua visione della vita, della persona, della società, il suo assetto valoriale sembrano sempre più lontani e refrattari all’annuncio e alla testimonianza cristiana e che la cultura in cui viviamo si ponga spesso, di fronte all’annuncio, come un muro di gomma.

Sappiamo, però, che il cristianesimo ha affrontato nei secoli sfide altrettanto impegnative poste dalla cultura in cui cercava di inserirsi. Pensiamo all’impatto con il mondo pagano antico nel quale, nonostante tutto, la Parola è riuscita a penetrare e a trasformare l’ambiente, gli usi e i costumi dei popoli. Questo ci fa dire che non possiamo mai lasciarci rubare la speranza, né sminuire o fare sconti a quella piena e totale dedicazione a Cristo e alla Chiesa che ci è stata chiesta nell’ordinazione.

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