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Argentina, 30 giorni per evitare un altro default

Tutto nasce dalla sentenza di un giudice americano, Thomas Griesa, che ha definito "illegale" il tentativo dell'Argentina di pagare solo i creditori che sottoscrissero 13 anni fa il concambio dei “tango bond" dopo il default. Il giudice ritiene che si debbano pagare tutti i creditori. Incalcolabili le conseguenze

La metafora calcistica utilizzata dagli esperti per definire il periodo che da oggi vivranno i “bondisti” (titolari dei cosiddetti “tango bond”) beneficiati dalla sentenza della Corte Suprema di Giustizia degli Stati Uniti e il governo argentino, è quella del tempo supplementare. Entro trenta giorni la partita sarà finita e si parlerà di nuovo default come un rischio reale e ricorrente dell’economia argentina.

Trenta giorni. Il contratto con i “bondisti” stabilisce un periodo di grazia di trenta giorni dopo un’inadempienza nell’obbligo di pagamento. Dato che oggi l’Argentina avrebbe dovuto pagare il rateo degli interessi a un gruppo di “bondisti” che avevano accettato i concambi del 2005 e 2010 e il giudice Thomas Griesa ha ordinato la restituzione dei fondi (832 milioni di dollari Usa) versati nella Banca di New York venerdì scorso, considerando “illegale” il pagamento, si ritiene configurata l’inadempienza da parte dal governo argentino e si apre questo periodo di grazia, finito il quale - sempre che non emerga alcun accordo alternativo di pagamento con i cosiddetti “fondi avvoltoi” appartenenti ai creditori rimasti fuori dal debito strutturato - potrebbe essere dichiarato il default argentino.
La speranza di una sospensione cautelare. Secondo quanto affermato dall’ex presidente del Banco Centrale argentino, Martin Redrado, al quotidiano “La Nacion” di Buenos Aires, “abbiamo perso delle opportunità e c’è sempre meno margine per negoziare, ma un accordo è ancora possibile. La ‘chiave’ consiste nel non pagare di più né complicarsi per il futuro”. Per l’economista Arnaldo Bocco, altro ex direttore del Banco Centrale argentino del governo di Nestor Kirchner, “Griesa è parte del problema perché assume un atteggiamento troppo attivo. Ma dal momento in cui la trattativa è stata delegata dallo stesso giudice a un mediatore privato (Daniel Pollack), la negoziazione può essere meno conflittiva”. Bocco crede ancora alla possibilità di una “stay” (misura cautelare) che consenta all’Argentina di fronteggiare i propri obblighi con i “bondisti”, sospendendo l’esecuzione della sentenza durante il processo negoziale”. In dichiarazioni raccolte ieri dal quotidiano “Clarin”, anche l’economista Javier Gonzalez Fraga si è mostrato ottimista, affermando che “il governo intende guadagnare tempo per un’emissione di titoli con cui pagare gli ‘holdouts’ e ai creditori converrebbe accettarli, come avvenuto con la Repsol: sarebbero titoli molto richiesti e il loro valore andrebbe migliorando rapidamente: sono sicuro che i mercati troveranno una via d’uscita e che il secondo passo, dopo l’accordo con i creditori ‘holdouts’, sarà di andare alla ricerca di finanziamenti”.
I finanziamenti saranno, senza dubbio, una delle preoccupazioni più forti del governo di Cristina Kirchner fino a ottobre del 2015. In tempi in cui il governo non può più mettere mano sui tributi e sulle riserve, i sindacati oppositori - nonostante la partecipazione alla Settimana Sociale organizzata dalla Chiesa e finita ieri a Mar del Plata - hanno approfittato dell’incontro per definire uno sciopero generale di 24 ore nelle prime settimane di agosto. Inoltre è stata predisposta una mobilitazione di piazza - tra il 10 e il 16 luglio - per reclamare modifiche dell’imposta sul minimo non imponibile, secondo quanto da tempo richiesto anche da sindacalisti “K” vicini al governo.

Un’altra tegola sul governo. A proposito di preoccupazioni, l’Argentina ne conta tante altre in questi giorni. Per la prima volta nella storia del Paese, un vicepresidente della nazione, in funzione, viene posto sotto processo dalla Giustizia: venerdì sera è stato annunciato che Amado Boudou, indagato dal giudice Ariel Lijo pochi giorni fa, prima di partire in missione ufficiale per Cuba, sarà processato per azioni incompatibili con la funzione pubblica e per corruzione. Boudou, infatti, è accusato di aver favorito - mentre era ministro dell’Economia - la cessione del 70% delle azioni della tipografia “Ciccone Calcografica” alla ditta “The Old Fund”, appartenente a un gruppo di suoi amici, e di averli beneficiati successivamente con “contratti pubblici miliardari”, come la stampa di schede elettorali del partito governativo per le elezioni presidenziali del 2011, oltre alla stampa di moneta. Il processo a cui va incontro Boudou rappresenta una grande sfida alla credibilità della giustizia argentina e alla sua reale indipendenza dal potere politico.

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