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Turchia, la critica non è gradita
Secondo i dati di Amnesty International, dopo il colpo di stato e l’introduzione da parte del governo della legge di emergenza, sono state arrestate 15 mila persone e 45 mila sono state sospese o rimosse dall’incarico.
Che il controllo del potere politico passi anche per il controllo dei media è cosa assodata da lungo tempo. Che ad un fallito tentativo di sovvertimento dell’ordine democratico un governo risponda in maniera dura è altresì legittimo. Tuttavia quello che sta succedendo nelle ultime settimane in Turchia ha più l’aria di un “contro golpe” che quella di un normale tentativo di ristabilire l’ordine all’interno dello Stato. Le epurazioni dell’esecutivo del presidente Erdogan procedono indisturbate in tutto il Paese spianando la strada al Sultano per un accentramento di potere che prima del tentato golpe del 15 luglio sarebbe stato difficilmente immaginabile.
Secondo i dati pubblicati da Amnesty International, dopo il colpo di stato e l’introduzione da parte del governo della legge di emergenza, che permette di emanare decreti senza passare per il Parlamento, sono state arrestate 15 mila persone, mentre oltre 45 mila sono state sospese o rimosse dall’incarico.
Alla data del 28 luglio erano stati spiccati almeno 89 mandati di cattura nei confronti di giornalisti e al 26 luglio oltre 40 giornalisti erano agli arresti. Il network indipendente turco Bianet parla di 330 tessere stampa ritirate al 29 luglio. “Supportare organizzazioni terroristiche attraverso le pubblicazioni a stampa non può essere considerato attività giornalistica – aveva commentato il vice presidente della Direzione generale della stampa e dell’informazione turca Ekrem Okutan, dopo la revoca delle prime 34 tessere la scorsa settimana -. Questa azione che abbiamo intrapreso non può essere in alcun modo interpretata come una limitazione della libertà di stampa”. E questo sebbene i media turchi si fossero schierati apertamente e in maniera compatta contro il colpo di stato.
Amnesty informa inoltre che “il secondo decreto dello stato d’emergenza, dopo quello che aveva esteso da 4 a 30 giorni la detenzione preventiva, ha comportato la chiusura di 131 organi di informazione, tra cui 3 agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 23 stazioni radio, 45 quotidiani, 15 periodici e 29 case editrici”. Sono stati bloccati anche 20 siti internet.
La Turchia non era certo un paradiso della libertà di stampa nemmeno prima del golpe. L’oscuramento dei social media era diventato il segnale abituale che qualcosa stava succedendo nel Paese. Un caso su tutti quello della condanna del direttore del quotidiano d’opposizione Cumhuriyet Can Dundar e del capo della redazione di Ankara Erdem Gul per aver denunciato un traffico di armi verso la Siria gestito dai servizi segreti turchi.
Bianet ha diffuso il 29 luglio un report sul monitoraggio dei media da aprile a giugno 2016, quindi prima del colpo di stato. Dai dati risultano censurati 26 siti web, 100 account e messaggi su Twitter, 7 inchieste, 180 libri, una rivista, e un canale Tv. Sono stati emessi 9 ordini di messa al bando permanenti o temporanei di trasmissioni, 32 giornalisti sono stati arrestati. Erano stati 23 in tutto il 2015. Tuttavia quello che sta accadendo adesso non ha precedenti.
Per questo motivo la Federazione nazionale dei giornalisti italiani ha incontrato lo scorso 1° agosto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni per chiedere che “il governo si faccia portavoce in Europa della questione della tutela dei diritti civili e delle libertà in Turchia, e tra queste della libertà d’informazione”. Il Sindacato dei giornalisti ha aderito inoltre alla campagna “Did you know? Journalism is not a crime”.
Vittorio Di Trapani, segretario dell’Usigrai, ha spiegato dal suo profilo Facebook che anche la Federazione europea (Efj) e la Federazione internazionale (Ifj) dei giornalisti hanno promosso una campagna di solidarietà e sostegno dei colleghi turchi finiti nel mirino di Erdogan. “Oltre alle varie iniziative già intraprese in diversi paesi europei, fra cui l’Italia, il segretario generale della Federazione europea Ricardo Gutiérrez ha invitato i sindacati nazionali ad aderire alla mobilitazione inviando una lettera agli ambasciatori turchi e/o ai governi nazionali; firmando e condividendo la petizione di Amnesty international “Rights hard-won cannot be taken”, che chiede al presidente Erdogan il rispetto dei diritti umani in Turchia; inviando un contributo al Fondo per la sicurezza creato dalla Ifj al fine di sostenere le richieste di aiuto provenienti dalla Turchia; rilanciando su siti internet e social media la campagna «Lo sapevi? Il giornalismo non è un crimine»”.
Su Twitter intanto è stato lanciato l’hashtag #nobavaglioturco. Mentre la politica di Erdogan ancora lascia aperti diversi scenari sembra certo che la Turchia si stia allontanando sempre di più dall’Europa.



