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Quella misericordia sproporzionata - Domenica XXIV del t.o.

La parabola del re e dei debiti dei suoi servi, il perdono gratuito e senza condizioni

Pietro, ancora una volta “portavoce” del gruppo dei discepoli, pone a Gesù una domanda a seguito delle indicazioni sul come comportarsi con il fratello o la sorella che “commette colpe contro di me”. E prospetta una possibilità poco realistica perché fin troppo generosa: “sette” simboleggia il tutto, e quindi: “dovrò perdonargli sempre?”. La risposta di Gesù rilancia in modo esagerato: “fino a settanta volte sette” o a “settantasette volte”, in ogni caso fuori di ogni misura (cf. Gen 4,24, la spropositata pretesa di vendetta da parte di Lamech, discendente di Caino). E la parabola che segue concretizza in modo molto efficace questa proposta.

Un debito impossibile, un condono incredibile

Alcuni passaggi hanno certamente sorpreso gli ascoltatori già a quel tempo. Per prima cosa, il “debito impossibile” del primo servo: si tratta di una somma astronomica, costruita appositamente dal narratore, “diecimila” era la cifra massima utilizzata nella contabilità e “talento” la massima unità monetaria in circolazione. Volendo far intuire di che si tratta: una somma di miliardi di euro; paragonandola ai salari di quel tempo e agli stipendi di oggi, è una cifra pari allo stipendio annuo (in Europa) di 200.000 persone. Un debito tanto spropositato da non poter essere in alcun modo recuperato, né minacciando di prigione il responsabile, né vendendo come schiavi lui, la sua famiglia e tutti i suoi beni. Altrettanto assurdo chiedere una dilazione promettendo di restituire “ogni cosa”.Il successivo passaggio sorprendente è la decisione del re di condonare completamente un debito simile.

Un comportamento “disgustoso”e un coinvolgimento inatteso

A questo punto, si apre la seconda scena della parabola: il comportamento del servo inaspettatamente graziato rispetto a un suo “pari grado”, che gli è debitore di una somma pari a quattro mesi di stipendio, e quindi realisticamente restituibile con una ragionevole dilazione. Da notare che un comportamento simile, di pretesa violenta, era comune a quel tempo, compresa la messa in prigione, affinché i parenti pagassero il debito in questione. Eppure, questo è il terzo passaggio che, pur socialmente ammesso, diventa alla lettera “disgustoso” per gli altri servi, visto quanto il primo debitore aveva incredibilmente appena sperimentato.La denuncia al padrone e la ritrattazione del condono, con la prospettiva di non uscir più da prigione visto l’enormità del debito, coronano la narrazione.Ma a questo punto si inserisce uno spiazzamento ulteriore: gli ascoltatori certo non si erano immedesimati con il primo servitore e le somme assurde che gli vengono imputate, forse al massimo con il secondo o con i compagni che mal sopportano quel suo comportamento. Invece, ora la parabola interpella direttamente chi l’ascolta: chi “non perdonerà di cuore al proprio fratello” rischierà di subire lo stesso giudizio da parte del Padre.

Un Dio che vuole cambiarci il cuore e le relazioni

Come a dire: rendetevi conto del “debito impagabile” che avete con Dio: con lui siete in debito della vostra stessa vita, quella vita che “nessuno potrà mai riscattare” (cf. Mt 16,26; Sal 49,8). Se vorrete ragionare in termini di credito e di debito, sarete sempre perdenti. E’ necessario prendere consapevolezza che Dio agisce altrimenti: lo ha fatto in Gesù, decidendo di perdonare per primo, di aprire braccia di misericordia, sconvolgendo ogni nostra immagine di lui, unico modo per liberarci da ogni debito e renderci capaci di vivere con dignità. E allora smettetela di ragionare in quel modo con i vostri pari, i vostri fratelli e sorelle.Tuttavia, Matteo ha proposto appena prima un percorso preciso alla sua comunità nella relazione con chi «commette colpe». La parabola indica che quel percorso necessario alla vita quotidiana e alla difesa dei più deboli diventa un cammino senza fine dietro a Gesù, reso possibile proprio dalla sua presenza di “Dio-salva” in mezzo a noi. Sennò la pretesa di quel Rabbi così esigente potrebbe essere rapidamente archiviata come un’esagerazione idealistica. Invece, la posta in gioco è la nostra vita: diventa decisivo riconoscere che ci è stata donata perché possiamo viverla in pienezza a patto che ne condividiamo i frutti di gioia in solidarietà e responsabilità con tutti gli altri uomini e donne, a partire dalle relazioni più quotidiane. Altrimenti il rischio è di condannare noi stessi alla rovina.

Un perdono che coltiva un sogno

Un ultimo accenno: il perdono di Dio dipende, allora, dalla nostra disponibilità a perdonare? Ma non era gratuito e senza condizioni? Si tratta di superare quella che rischia di essere una falsa questione. Il Padre vuole non solo donarci la vita, ma anche giungere fino a “cambiarci il cuore”: da un “cuore di pietra” a un “cuore di carne”. Dipende da noi collaborare con lui per far fruttificare questo dono in comportamenti capaci di amare e perdonare a nostra volta, e vivere così sempre più orientati alla pienezza del Regno, il sogno di Dio finalmente realizzato.

LA SCHEDA

Banco Rosso del ghetto di Venezia (vd foto)

Dare e avere, debiti e crediti... segno delle relazioni, tra persone, ma a volte anche con Dio, vissute sempre in base alla valutazione di un valore, di un costo, di un riscontro economico. Ogni banco dei pegni, ogni cambiale ci ricorda quanto è difficile entrare in relazioni di autentica gratuità sostenute dall’infinita capacità di perdono di Dio. (don Luca Vialetto)

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