È indubbio che la vittoria del No, con oltre 6 punti percentuali di scarto sul Sì, al referendum confermativo...
I pericoli per i minori online: appelli politici dal territorio
Tra gli adolescenti dal 2012 sono aumentati del 150% i casi gravi di depressione, del 188% i casi di ragazze che praticano autolesionismo e del 91% il tasso di suicidio. Un minore su quattro non controlla l’uso del suo smartphone
Immagini di morte, sesso esplicito, contatti con pedofili, recupero di istruzioni per uccidere o per utilizzare strumenti di offesa: tutto è accessibile online anche ai bambini sotto i 13 anni. La possibilità di mettere “mi piace”, i commenti di condivisione, i micro-filmati e i feed, consumati compulsivamente come capita agli adulti con le slot machine. Foto e video che producono eccitazione e apprezzamenti da parte degli altri fruitori dei social, generano dopamina, un neurotrasmettitore legato al piacere. Così i giovanissimi - ma potremmo parlare di bambini - continuano a stare là, a consumare contenuti su TikTok, su Snapchat, su Whatsapp, e altre piattaforme. A un certo punto, non c’è più libertà ma dipendenza, come conferma una recente sentenza di una giuria dello Stato della California, che ha condannato a un risarcimento milionario Meta (che possiede Fecebook, Instagram e Whatsapp, tra le molte applicazioni) e Google.
Ma, al di là delle condanne, ci sono i danni. La Confederazione nazionale artigiani (Cna) di Treviso ha richiamato l’attenzione sui dati internazionali. Sono aumentati, tra gli adolescenti, dal 2012 con l’uso di massa dei cellulari, del 150 per cento i casi gravi di depressione, del 188 per cento i casi di ragazze che praticano autolesionismo e del 91 per cento il tasso di suicidio. Un minore su quattro non controlla l’uso del suo smartphone.
Intanto, in Italia, si elude la legge 196 del 2003, che disciplina il trattamento dei dati personali e prescrive l’età minima, per il consenso, a 14 anni, per cui un dodicenne si iscrive a qualsiasi social mentendo sulla propria età. Nelle nostre scuole, un ragazzino può frequentare i programmi di educazione sessuale solo su esplicito permesso dei genitori; su TikTok, Facebook e YouTube, può fare quello che vuole. Siamo severissimi con le nostre istituzioni scolastiche, e compiacenti con grandi aziende, come Meta e Google. Eppure, sarebbe così semplice verificare le identità attraverso lo Spid o la carta d’identità elettronica. Invece, il Garante per la protezione dei dati personali segnala difficoltà nel far rispettare i limiti di età e nel controllare concretamente i social.
In Australia, fin dal 2025, il blocco è totale per i minori di 16 anni, così come in Malaysia e Indonesia. A sorpresa la Cina è la più organizzata (sfiorando la censura): la “Modalità minori” limita il tempo di utilizzo a 40 minuti al giorno per gli under 8 e a un’ora per la fascia 8-16 anni. È previsto il blocco totale nelle ore notturne e, dal primo marzo 2026, le piattaforme devono nascondere algoritmicamente ciò che possa influenzare negativamente i valori o i comportamenti dei giovani. La Francia bloccherà, da settembre, ogni social sotto i 13 anni, così come il Portogallo, il Regno Unito, la Danimarca e la Spagna. E in Italia?
Apprendiamo di comportamenti drammatici, come la diretta dell’accoltellamento di una professoressa, da parte di un tredicenne non imputabile. A Spinea, nel marzo scorso, una ragazzina è stata brutalmente aggredita in piazza, e il video del pestaggio è andato direttamente in rete; le baby bulle avevano tra i 12 e i 16 anni. A dicembre, dei bulletti hanno aggredito quattro giovani in centro a Treviso e, poi, postato la bravata in rete.
Come rispondiamo? Al di là di lodevoli impegni locali, come quello del progetto “S-collegati” dell’Ulss 2, che ha attivato sportelli gratuiti di ascolto e supporto per le dipendenze digitali, manca, come ha sottolineato la Cna trevigiana, un programma strutturato in grado di documentare il danno sul territorio che permetterebbe al legislatore, anche locale, di operare con efficacia. Invece, siamo, alle dichiarazioni di intenti. Il presidente del Veneto, Alberto Stefani, che pure aveva presentato una sua proposta di legge come ultimo atto da deputato, si trova costretto a fare una legge di iniziativa regionale. In Parlamento, giacciono almeno quattro proposte, alcune bipartisan, tra maggioranza e opposizione, tutte orientate a fissare il limite d’accesso a 15 anni, l’età più critica. Nulla però è stato calendarizzato: per il momento, le urgenze sono altre.
Ulteriori approfondimenti nel numero di La vita del popolo del 5 aprile 2026



