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Il messaggio d’amore di San Francesco

Fra Oliviero: “questo ottavo centenario, facendoci riflettere sul carisma di Francesco, col suo amore alla fraternità, alla Chiesa e alla povertà per Cristo, ci indichi come l’incontro con Gesù e il suo Vangelo si compie nel comandamento dell’amore”

La celebrazione di un Centenario - tanto più questo ottavo centenario francescano - ci espone al rischio della retorica in quanto si fa memoria di una persona o di un evento ormai passato di cui si esaltano le gesta, ma di cui a volte non si coglie l’incidenza nella storia attuale. Poiché parliamo di s. Francesco, il patrono d’Italia, abbiamo un’ulteriore difficoltà, quella di un santo la cui vita e spiritualità ruotano attorno a tanti riferimenti: la povertà, la fraternità, la pace, il creato, il Vangelo, la minorità, la letizia, la missione, la penitenza... e poi: la Chiesa, la semplicità, l’eremitismo, la missione, il servizio, il lavoro, l’elemosina, la preghiera, l’obbedienza...

Vogliamo accogliere la sfida di metterci di fronte a lui e di lasciarci interrogare dalla sua presenza che, seppur legata a un passato medievale, continua a parlare all’uomo del nostro tempo. Una chiave per unificare, anche se balbettando, le tante sfaccettature del suo carisma, credo sia Francesco stesso a fornircela nel suo testamento. Ha tradotto e lasciato a noi la sua esperienza umana e spirituale in due testamenti: uno dell’aprile 1226, detto “il piccolo Testamento”; un altro, del settembre dello stesso anno, detto “il grande Testamento”. Due testi intimamente connessi: il secondo è la descrizione articolata delle ultime volontà, ossia la trasmissione del suo carisma nella sua estensività; il primo ne è la sintesi densa e pregnante.

Cosa dice Francesco ai suoi frati e a tutti noi della sua esperienza umana e cristiana? Che cosa è stato importante per lui? Leggiamo il “piccolo Testamento”: “Brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre esortazioni. Cioè: in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino tra loro; sempre amino ed osservino la nostra signora, la santa povertà; e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa” (Fonti Francescane nn. 132-135).

Francesco ci lascia in eredità un messaggio semplice: un messaggio d’amore. Poteva essere diversamente? Lui che si è spogliato di tutto per seguire Gesù Cristo, povero e crocifisso, non poteva che far suo il messaggio centrale della Rivelazione: Dio che crea per amore e per amore invia suo Figlio Gesù, fatto uomo per la nostra salvezza. L’amore a Dio e al prossimo è l’anima del messaggio del Vangelo e l’amore diventa il punto focale di ogni spiritualità cristiana ed è così il cardine anche della spiritualità francescana.

Domandiamo allora a s. Francesco: “Dove sta l’originalità della tua visione dell’amore che ha ispirato la tua vita e ora può ispirare la nostra?”. La risposta potrebbe essere: “Sta nel particolare punto di vista con cui io guardo all’amore. E il punto prospettico da cui puoi cogliere il mio ‘discorso’ sull’amore non sta nelle mie parole, ma nella mia vita”. Tradotto: “La mia regola di vita è stato il Vangelo”. Dirà s. Bonaventura che Francesco è alter Christus, è stato un Vangelo vivente, un ermeneuta di Gesù, Amore incarnato i cui tratti principali per il santo di Assisi sono l’amore ai frati, ai poveri e alla Chiesa.

Amore ai fratelli. E’ l’esperienza semplice, ma sconvolgente, che opera Francesco. Semplice perché non c’è pagina del Vangelo in cui Gesù non parli del Padre nostro che sta nei cieli e non ci dica di questo Padre misericordioso e tenero verso i suoi figli. Figli che, giusti e ingiusti, egli chiama tutti alla sua mensa. Li va a cercare se si perdono, li perdona e abbraccia quando li ritrova. E noi siamo tutti figli di un unico Padre, che è nei cieli e fratelli in un’unica famiglia.

Amore ai poveri. Quando parla di povertà intende certo il non accumulare inutili ricchezze, ma intende innanzitutto l’abbraccio al Cristo povero e crocifisso che provoca a condividere la vita con le persone povere; a non essere indifferenti davanti alle miserie di tanti su questa terra. Francesco stesso riconosce, nel grande Testamento, come la grazia di Dio lo avesse portato tra i lebbrosi e, mentre era sempre stata per lui un’esperienza amara il vederli, quando li aveva trattati con misericordia, si era sentito invadere di dolcezza, provocando la sua conversione.

Amore alla Chiesa. L’ecclesialità sta al centro perché si inscrive nell’asse della fede che porta al Padre partendo dal Fratello per eccellenza - Gesù Cristo - e dal suo corpo che è la Chiesa. Fraternità e povertà senza ecclesialità sarebbero mera filantropia. Francesco sa che il Signore gli diede “fede nelle chiese”. Una fede controcorrente perché sappiamo tutti il contesto ecclesiale difficile del tempo di s. Francesco. Anche oggi la Chiesa ha i suoi scandali, è povera e peccatrice. Ma è salvata!

Al termine della vita Francesco, volendo raccogliere in parole l’esperienza fondante della sua vita, sente che può farlo sono col linguaggio poetico. La sua eredità viene così tradotta nel “Cantico delle creature” che, composto mentre la morte s’avvicina, diventa lo specchio del suo carisma. Erede della poetica dei trovatori, a essa ricorre per esprimere il tanto che egli ha vissuto alla sequela del Crocifisso, di cui ora porta le stigmate: l’amore incondizionato sino al perdono e al dono della vita. Una vita spogliata e senza nulla di proprio, perché Cristo è il tesoro della sua vita. Uno sguardo lieto davanti al creato e alle creature.

L’augurio è che questo centenario, facendoci riflettere sulla vita e il carisma di Francesco col suo amore alla fraternità, alla Chiesa e alla povertà per Cristo, ci indichi come l’incontro con Gesù e il suo Vangelo si compie nel comandamento dell’amore e l’unica visione di Gesù possibile all’uomo di sempre, cioè l’unico Vangelo che si può efficacemente annunciare anche oggi, è quello che traspare da ogni parola e gesto d’amore, di pace, di giustizia e riconciliazione con ogni uomo e creatura sulla terra, amica o nemica che sia.

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