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Essere curati: bene o diritto?

Dopo la riforma sanitaria di Tina Anselmi c'è forse bisogno di ripensare la nostra sanità, per assicurare a tutti cure di qualità, mentre oggi certi tagli rischiano di minare il diritto alla salute di tanti cittadini che non possono pagare prestazioni o ticket

Negli ultimi decenni di ricchezza non ci siamo accorti che essere curati è diventato un diritto indiscutibile al punto che molti non pensano che la situazione possa cambiare nel prossimo tempo. Ma non è sempre stato così e non sarà sempre così.

In Italia, fino al 1978, per essere curati si doveva pagare il medico e la cura attraverso la “cassa mutua”; ogni categoria sociale aveva la propria mutua e la copertura economica offerta era assai diversa, cosicché le cure ricevute erano diverse; ovviamente i ricchi potevano ricevere le cure migliori, quelli della classe media non avevano accesso a tutte le cure e i più poveri non si curavano.

Poi il ministro della sanità Tina Anselmi portò a conclusione la riforma sanitaria in cantiere da 14 anni. Essa aboliva le vecchie mutue, decentrava i poteri alle Regioni e alle Usl, toglieva potere e denaro alle strutture private. L’onorevole democristiano Bruno Orsini spiegò così i quattro princìpi guida della nuova riforma: “Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza del trattamento, rispetto della dignità e della libertà della persona”.

Oggi tutto questo sta sparendo senza che se ne discuta, senza che si possa scegliere più di tanto come gestire il futuro. In Italia, quando si parla di sanità si discute sui posti letto da mantenere o togliere, sulle eccellenze da difendere, della spesa sanitaria abnorme di altre regioni rispetto al Veneto, di poli ospedalieri da edificare, di riforma delle Ulss, ma non si ha il coraggio di discutere il cuore della questione: tra qualche anno, essere curati, sarà un diritto o un bene da acquistare?

Sistema in crisi

Il sistema sanitario nazionale è già in sofferenza perché la popolazione sta invecchiando senza che nascano abbastanza nuovi cittadini che, pagando le tasse, lo possano mantenere in piedi per loro e per gli altri. I numeri non mentono e tra quindici anni il nostro sistema sarà insostenibile in seguito all’aumento delle malattie cronico-degenerative, a cominciare dall’Alzheimer. Chi si farà carico di erogare tutta questa assistenza agli anziani? Forse non ce ne accorgiamo, ma i ticket vengono fatti pagare sempre di più, ci sono prestazioni specialistiche che non vengono più date ad alcune persone perché hanno raggiunto una certa età, vengono fatti tagli al personale attraverso le mancate assunzioni di medici e infermieri che vanno in pensione, altri tagli sono in straordinari non pagati e tuttavia richiesti, si riorganizzano gli ospedali eliminando interi reparti, i servizi vengono tolti alla gestione diretta e dati a cooperative che pagano poco i loro membri. Sono segnali diversi che dicono lo stesso messaggio: ci sono sempre meno soldi. Ecco perché possiamo dire che essere curati non sarà più un diritto, ma un bene. Come tutti i beni, chi può pagarlo lo acquisterà e gli altri rimarranno senza o avranno le briciole. Non ci accorgiamo che stiamo andando verso un’assistenza medica che sa di passato: chi più può, meno piange.

Tagliare non basta

La politica attuale sta riorganizzando l’esistente e sta tagliando ciò che pare eccessivo o esagerato. È un compito duro e necessario. Tuttavia non è sufficiente. Riorganizzare e tagliare avviene spesse volte a discapito dell’utente che in questo caso si chiama malato. Togliere un servizio in una zona della provincia vuol dire che il malato deve spostarsi di decine di chilometri e non sempre può farlo. Tagliare sulla prevenzione vuol dire curare i malati quando ormai è troppo tardi. Lo stesso per quanto riguarda i ticket: gli italiani poveri non riescono a pagarli e non si fanno gli esami e perciò non si curano (185.000 prestazioni sanitarie in meno nell’ultimo anno nell’Ulss 9).

A volte si taglia facendo fare più cose ai medici e ciò non ha senso. Formiamo un medico e lo paghiamo da medico perché poi faccia il lavoro di segreteria, l’80% del tempo di un medico va in burocrazia. Assumendo una segretaria quel medico farà di più il suo lavoro, ci guadagnerà la sanità e il paziente. Non ha senso che venga chiesto ad un infermiere di fare il lavoro del medico perché ci sono pochi medici e sono in là con gli anni. Si faccia fare al medico il medico e non sia segretario o manager. Il medico deve stare dalla parte dei pazienti, se non lo fa lui non lo fa nessun altro.

Cari politici…

La Politica è una cosa bella, è la ricerca del bene comune tra le varie parti sociali. Come nel 1978 ci si mise d’accordo tra partiti di governo e opposizioni affinché fosse fatto il bene comune, così oggi abbiamo bisogno di una nuova riforma sanitaria. Allora un ministro democristiano donna di Castelfranco Veneto prese in mano una legge proposta dalla sinistra e la portò avanti con coraggio. L’alternativa alla riforma è giungere impreparati a ciò che sicuramente ci aspetta. Se non si fa nulla in un prossimo futuro i ricchi si cureranno grazie alla loro assicurazione o al loro conto in banca (avete notato quante pubblicità di nuovi centri di cura ci sono sui giornali ultimamente?), mentre i poveri non si cureranno, o andranno in prestito di soldi per farlo, come succede nel sud del nostro Paese già oggi.

I nostri politici, di qualsiasi colore essi siano, devono avere a cuore i malati di oggi e di domani. Cari politici, avete da pensare e scegliere come fare il meglio possibile con il poco che si ha, per chi non può avere cura di sé ed è nella debolezza. Se siete anche cristiani ritenetelo qualcosa di più che un dovere.

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