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Il referendum sull’ordinamento giudiziario è diventato un plebiscito

Il costituzionalista Andrea Michieli analizza il quesito sul quale saremo chiamati a pronunciarci il 22 e 23 marzo, offrendo alcuni criteri rispetto a un libero discernimento. In ogni caso, la riforma “cambia il volto di chi giudica”. Su questo verterà la scelta
05/03/2026

Un referendum importante, destinato, comunque, a “cambiare il «volto» di chi giudica”. Che avviene, però, in un clima politico “non solo deteriore, ma anche pericoloso”, rispetto al quale i cristiani sono chiamati a farsi “lievito di coesione”. Lo afferma Andrea Michieli, di origini trevigiane, assegnista di ricerca in Diritto costituzionale e professore a contratto in Diritto pubblico all’Università di Padova. Lo abbiamo intervistato, a due settimane dal referendum sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario.

Perché questo referendum è importante, ed è doveroso informarsi, per scegliere correttamente?

Anzitutto, perché è fondamentale andare a votare. Il referendum costituzionale non richiede una soglia minima di partecipazione per essere valido. Pertanto, qualsiasi sarà il numero dei votanti, i cittadini che si recheranno alle urne, decideranno anche per coloro che non parteciperanno. Inoltre, la riforma su cui siamo chiamati a esprimerci intende apportare significativi cambiamenti del Titolo IV della Costituzione, sulla magistratura e sul suo governo autonomo. Siamo, dunque, chiamati a esprimerci su una nuova configurazione del rapporto tra i poteri che è bene conoscere con attenzione, anche se, è giusto dirlo, non tutto è contenuto nella riforma; molta parte di ciò che accadrà dipenderà dalle disposizioni legislative attuative.

Più che un referendum sulla Giustizia questo è un referendum sull’ordinamento giudiziario... Non si tratta di questioni molto “tecniche”?

Le disposizioni costituzionali che la riforma intende modificare riguardano aspetti, indubbiamente, tecnici: il doppio Csm (per giudici e pm), il sorteggio, l’Alta Corte... Sono tutte questioni che, prese singolarmente, suscitano un acceso dibattito anche tra gli addetti ai lavoratori. Ed è altrettanto vero che tale riforma non ha un impatto sull’amministrazione della giustizia in concreto, sui tempi dei processi, ma sulla sua organizzazione e autonomia. Tuttavia, ridurre tutto a “tecnicismi” sarebbe un errore, per due ragioni fondamentali. Anche se la riforma non interviene direttamente sui codici, essa cambia il “volto” di chi giudica. Il modo in cui un magistrato viene selezionato e valutato incide inevitabilmente sulla sua indipendenza e, di riflesso, sull’imparzialità delle decisioni che riguardano i cittadini. Inoltre, le proposte di modifica della Carta ridisegnano i confini tra potere giudiziario, legislativo ed esecutivo. Pertanto, è doveroso che ciascuno si domandi se la proposta di riforma del governo autonomo dei giudici sia preferibile all’assetto vigente.

L’occasione di riflessione sul bilanciamento dei poteri, “è degradata in una competizione delegittimante”

Fermo restando che sul quesito sono comprensibili e legittime scelte diverse, su quali punti è opportuno incentrare il proprio discernimento?

La riforma tocca, essenzialmente, tre punti. Anzitutto tenta di separare non le carriere, ma lo status dei Pm dai giudici, attraverso l’introduzione di due organi di governo autonomo separati. Bisogna domandarsi se l’istituzione di due Csm distinti sia davvero necessaria per garantire l’imparzialità del giudice (evitando la “vicinanza psicologica” al pm) o se, al contrario, non rischi di isolare il pubblico ministero dalla cultura della giurisdizione, spingendolo verso un ruolo più marcatamente “accusatorio” o, nel lungo periodo, sotto l’influenza dell’esecutivo. In secondo luogo, la riforma intende rimuovere l’elezione dei membri dei due Csm, introducendo il sorteggio; in questo modo, si vuole evitare che sull’elezione del Consiglio superiore pesi il potere delle correnti, anche se non sarà eliminato il “correntismo”. Infine, si introduce un’unica Alta Corte che i proponenti ritengono possa essere più qualificata e imparziale nei giudizi disciplinari dei magistrati e che giudicherà sia i pm che i giudici. Questi sono schematicamente i punti che la riforma affronta. Il discernimento deve vertere su una domanda di fondo: queste innovazioni strutturali risolveranno le criticità attuali (correntismo, efficienza, imparzialità) o rischiano di alterare il delicato sistema di “pesi e contrappesi” previsto dalla Costituzione?

È giustificabile questo clima da guerre di religione? E che contributo possono dare i cattolici per contribuire a un clima meno polarizzato?

Il clima di questi mesi sul referendum non solo è stato deteriore, ma pericoloso. Anche in passato ci sono state dispute accese sulla riforma della Costituzione, ma mai come questa volta abbiamo visto consumarsi uno scontro tra i poteri. Certamente, il fatto che la riforma nasca come operazione “di parte”, non ha aiutato a impostare sui giusti binari il dibattito: nella storia repubblicana si tratta dell’unica proposta di riforma della Costituzione di iniziativa governativa, approvata dalla maggioranza parlamentare, senza che il testo abbia subito alcuna modifica nel corso del rapido dibattito in Parlamento. Le forze politiche hanno trasformato la consultazione in un plebiscito sulla magistratura: votare a favore o contro un potere dello Stato. Quella che sarebbe dovuta essere un’occasione di alta riflessione sul bilanciamento dei poteri, si è degradata in una competizione delegittimante. Non ne esce rafforzata l’autorevolezza della magistratura, inevitabilmente esposta; né quella della politica, che ha mostrato una preoccupante fragilità nella necessità di individuare un “nemico” istituzionale e di rivendicare un primato rispetto agli altri poteri. L’unica certezza è che, dopo il 24 marzo, ci si troverà un Paese in cui la conflittualità istituzionale è stata esasperata. In questo scenario non edificante e pericoloso, penso che i cristiani e la Chiesa possono farsi lievito di coesione, riallacciando i fili del dialogo e valorizzando i germogli di bene presenti nella società. Se è vero che il dibattito referendario ha aperto una ferita che il voto non potrà rimarginare, ai credenti spetta oggi un compito più alto: vegliare con rinnovato vigore sullo stato di salute della nostra democrazia, minacciata da incertezze geopolitiche e profonde fragilità sociali.

Quale auspicio per le prossime, eventuali riforme istituzionali?

Alcune parti della struttura organizzativa della Repubblica, ancora oggi, devono trovare maggiore consonanza con i principi e il sistema dei diritti e dei doveri sanciti nella prima parte della Costituzione. Per questo non sono precluse ulteriori forme di revisione. L’auspicio è, però, che cambi radicalmente il metodo con cui si propongono modifiche della Carta e che non si debba più assistere a riforme a colpi di maggioranza. Il metodo con cui sono approvate le riforme costituzionali - come testimonia la storia repubblicana - incide profondamente sul recepimento delle modifiche della Carta.

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