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Più sbagli più ti premio. Il caso strano dei 5 Stelle

Il pasticcio del nuovo gruppo in Europarlamento. I guai della Giunta Raggi a Roma. La scarsa incisività dei parlamentari. Il movimento fa errori e trova le prime difficoltà. Eppure i sondaggi continuano a fotografare un alto consenso, attorno al 30%. Il commento dell’analista politico Paolo Pasi, dell'istituto Quaeris.

19/01/2017

Bisogna ammetterlo: di errori e leggerezze, negli ultimi mesi e nelle ultime settimane ne hanno fatti tanti: eppure i sondaggi, per quello che valgono, continuano a premiare il Movimento 5 stelle, stimato sempre dalle parti del 30 per cento. Una percentuale altissima, simile a quella del Partito democratico (in questa corsa virtuale da mesi i due partiti si sorpassano e controsorpassano per pochi decimali).
Vale la pena di mettere in fila le più o meno recenti figuracce, tutte con ampio risalto mediatico: il tragicomico tentativo degli euroscettici 5 Stelle, favorevoli ad un referendum sull’euro, di entrare nel gruppo liberale dell’Alde, il più europeista tra quelli dell’emiciclo di Strasburgo (sulla scelta era stato centrale il ruolo dell’eurodeputato trevigiano David Borrelli); le indagini sugli uomini chiave che il sindaco di Roma Virginia Raggi si era scelta; il fatto che, in ogni caso, la Giunta capitolina assomiglia a quelle macchine di Formula 1 che bruciano la frizione quando scatta la luce verde: ferma sulla linea di partenza, anche se ormai sono passati oltre sei mesi dall’insediamento; la poca incisività e l’alto tasso di litigiosità dei gruppi parlamentari di Camera e Senato; i numeri davvero bassi che partecipano ai mitici voti online, quelli che (in teoria) dovrebbero determinare la linea politica dei portavoce (così si fanno chiamare i parlamentari) che siedono in Parlamento; venendo al Veneto, il sindaco di Chioggia Alessandro Ferro sull’orlo delle dimissioni per un conflitto di interessi.
Insomma, tanti problemi. Non compensati dalla grande popolarità del sindaco di Torino Chiara Appendino, la prima in Italia per gradimento.
Vedrete... avevano iniziato a sogghignare i detrattori... anche chi li ha votati aprirà gli occhi... Invece, a parte il caso di Roma (dove la popolarità della Raggi, peraltro già messa ai margini del movimento, appare in picchiata), pare proprio che l’elettorato continui a dare fiducia ai grillini, che nel frattempo si stanno comunque dotando di una classe dirigente che vada oltre la tutela di Beppe Grillo e di Casaleggio junior.
“Condivido molti aspetti dell’articolo di Andrea Scanzi uscito qualche giorno fa su Il Fatto quotidiano. E cioè che chi è «addetto ai lavori» tende a dare troppo peso a fatti di politica pura, come la questione del gruppo al Parlamento europeo - riflette Paolo Pasi, sociologo ed analista politico che collabora con l’istituto Quaeris -. Buona parte degli elettori non sanno nemmeno di cosa si parla e quindi decidono se è stato un fatto positivo, negativo o indifferente in base ai canali informativi che scelgono”.
Già, l’informazione. E’ un capitolo fondamentale per capire come si costruisce il consenso del Movimento 5 stelle. “Oggi - continua Pasi - molte persone si scelgono i propri canali di informazione. L’elettorato grillino non si fida dell’informazione canonica, a partire dalla carta stampata e dai tg. Questo tipo di informazione è presentata infatti come parte dell’establishment e quindi come «nemica» da parte di Beppe Grillo. L’elettore medio dei 5 Stelle si informa sui social, selezionando preferibilmente canali che rinforzano le convinzioni anziché metterle in dubbio. Direi che questa è una tendenza mondiale, vedi i successi di Trump, Brexit, populismi vari”.
Poi, certo, bisogna fare anche conti con un dato di fatto più strutturale, che pochi avevano messo in conto: “L’elettorato grillino si è consolidato. Inoltre in buona parte non è più un voto che deriva dal passaggio temporaneo da altri partiti. L’elettore grillino oggi non ha nessunissima fiducia in qualunque altro partito. In gran parte quindi non è un voto che si sposta, ma che eventualmente va verso l’astensione”.
Infine, riprendendo l’analisi di Scanzi, Pasi riflette sullo slogan “Meglio pasticcioni che disonesti”, che riassume l’atteggiamento di molti di coloro che votano 5 Stelle: “Se vogliamo è il rovesciamento del periodo berlusconiano in cui una parte dell’elettorato alla specchiata moralità preferiva l’idea di efficienza. Oggi una parte dell’elettorato non crede nella classe politica, non crede nei tecnici, non crede in generale in chiunque venga identificato nell’establishment. Crede solo nella gente comune con i propri limiti ma con buona volontà e soprattutto onestà”.
Poi, certo, gli errori degli altri aiutano; e la concorrenza non sta dando certo migliore prova di sé, visto che spesso “i vari partiti danno più rilevanza all’apparire che alla sostanza mettendo in primo piano anche persone poco preparate”. La stessa recente gestione della crisi di governo, puntualizza l’analista politico, “rafforza in parte dell’elettorato l’idea di una classe politica refrattaria alla volontà popolare. Noi sappiamo che la democrazia parlamentare funziona così e che Mattarella non poteva fare nulla di diverso e che non si può andare a votare senza legge elettorale, ma un sacco di elettori non sa nulla di tutto ciò. Per non parlare di uscite come quelle del ministro Calenda sul no alla pubblicizzazione dei grandi debitori delle banche”.

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