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Transizione ecologica? La via per la felicità

E’ questa la provocatoria tesi di Carlo Petrini e Gaël Giraud, che hanno presentato a Treviso il loro ultimo libro, “Il gusto di cambiare”

22/06/2023

La transizione ecologica è, senza dubbio, una necessità ineludibile e urgente. Ma non è detto che questa strada, che pure è obbligata, sia per forza di cose lastricata di sacrifici immani, di sforzi e rinunce. Piuttosto, può rivelarsi una via per vivere un’esistenza migliore e, di conseguenza, più felice e umana. Ne sono convinti Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e delle Comunità Laudato si’, e il gesuita Gaël Giraud, economista, docente alla Georgetown University, dove insegna economia e dirige il Programma per la giustizia ambientale.

Petrini e Giraud sono gli autori del libro “Il gusto di cambiare. La transizione ecologica come via per la felicità”, edito da Slow Food e dalla Libreria editrice vaticana, con la prefazione di papa Francesco. Entrambi erano presenti, venerdì 16 giugno, a Ca’ dei Carraresi, invitati proprio da Slow Food e dalla comunità Laudato si’ trevigiana, per presentare il volume, nel corso di un partecipato incontro, moderato dal giornalista Fabrizio Brancoli, direttore della “Tribuna di Treviso” e degli altri giornali del gruppo “Quotidiani veneti”.

“Nei precedenti decenni - secondo Petrini - abbiamo vissuto una fase storica basata sulla convinzione che le risorse fossero infinite, a partire da terra, aria, acqua. Non era così, e oggi viviamo una fase drammatica. Qualcuno parla di irreversibilità, rispetto ai guasti prodotti verso l’ambiente e il clima. Gli impegni presi a Parigi nel 2015, probabilmente, non saranno mantenuti. Eppure, sono convinto che quello a cui siamo chiamati non sia un esercizio di mortificazione, non siamo chiamati a tirare la cinghia, ma a cambiare i nostri comportamenti, puntando su più comunità e socialità, e superando la società del consumismo”.

Giraud, tra i primi a parlare di “transizione ecologica”, è d’accordo: “Pensiamo all’esperienza delle comunità energetiche, che si sta sviluppando”. Si tratta, appunto, di un nuovo modo di fare comunità, che certo prevede anche una diversa idea di uomo. Non a caso, Giraud “se la prende” con quella che è considerata una delle “icone” dell’umanesimo: l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci: “per secoli lo abbiamo considerato il simbolo dell’umanità. Invece, si tratta di un’immagine che esclude, invece che includere: è un maschio, europeo, adulto, gode di buona salute, non è circondato dalla natura... Una solitudine metafisica, che è, in parte, la ragione del disastro ecologico che stiamo vivendo”.

Venendo all’attualità, Giraud ha fatto capire all’attento uditorio che, per esempio, l’Amazzonia non è una terra lontana: “Un bicchiere su cinque, di quelli che beviamo, dipende dall’Amazzonia. Questo territorio, però, oggi rischia l’estinzione, non ha uno status giuridico , non è uno Stato... c’è un’evidente falla nel diritto internazionale”.

I nostri comportamenti sono importanti, a partire dal cibo che mangiamo, come ha insistito Petrini: “Spesso teniamo separati i principi del piacere e della responsabilità, invece dobbiamo tenerli uniti”. Certo, molto deve cambiare visto che il 37% della Co2 prodotta nel mondo dipende dal sistema alimentare, contro il 17% della mobilità: “Il sistema globale alimentare è criminale, lo spreco ha dimensioni intollerabili, il 33% del cibo viene buttato via. Si tratta di un miliardo e mezzo di tonnellate di cibo edibile, per produrlo sono serviti 200 milioni di ettari e 25 mila miliardi di litri d’acqua, in pratica il consumo idrico di New York nell’arco di 120 anni. Di fronte a questo, abbiamo 900 milioni di persone che vivono in situazione di denutrizione. Tutto è connesso, questo è il grande insegnamento di papa Francesco”.

Ciò nonostante, non si può essere rassegnati. E Petrini ha elencato sei punti che, a suo avviso, devono caratterizzare il nostro rapporto con il cibo: ridurre lo spreco, smettendo di considerare il frigorifero un deposito di cibi; privilegiare i prodotti stagionali e locali; ridurre il consumo di carne, considerando che sessant’anni fa un italiano medio mangiava quaranta chili di carne all’anno, mentre oggi sono novanta; quindi, ridurre i cibi “iper-processati” e trattati; ridurre gli imballaggi in plastica; infine, avere cura dell’acqua.

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