È indubbio che la vittoria del No, con oltre 6 punti percentuali di scarto sul Sì, al referendum confermativo...
Voci dal mondo, incontrarsi attraverso la musica
“Bello”, dice il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Giuseppina Casarin, consegnandole l’onorificenza di Ufficiale al merito della Repubblica. È marzo 2024, lei arriva a Roma da Mestre dove, da oltre 15 anni, dirige il coro “Voci dal mondo”, esempio d’inclusione sociale, come lo definisce la motivazione del riconoscimento ottenuto. “Rappresenta una di quelle esperienze che il mondo - il Capo dello Stato non ha dubbi - lo cambiano davvero”.
Del resto, quanto ha ragione! “La musica - commenta lei a latere di questo incontro - è linguaggio universale. Incoraggia relazioni, che diventano sostegno reciproco, costruisce e ripara: fa comunità”. Il coro “Voci dal mondo”, che è nato nel cuore del quartiere di via Piave nel 2008, da circa un anno ha fondato una sua esperienza anche a Treviso e si ritrova ogni mercoledì all’oratorio di Santa Maria sul Sile.
Segno evidente, oltre ogni parola, che in tanti ci hanno trovato un senso e, in una qualche misura, un posto da abitare. Le persone si ritrovano, si ascoltano e si raccontano attraverso la musica, in una dimensione multietnica in cui ciascuno può comunicare la propria tradizione, la propria intenzione di esserci e scambiarsi un po’ la pelle, nella scoperta reciproca delle diverse radici. E dove, inevitabilmente, nascono intrecci, relazioni, aiuto concreto.
Il coro che trasforma la città e costruisce cittadinanza
“Voci dal mondo nasce a Mestre in un momento in cui la città attraversa l’ennesima profonda trasformazione”, racconta Giuseppina Casarin, che da subito viene chiamata a dirigerlo, in forza della sua esperienza nel canto popolare, di cui è docente anche al Conservatorio di Castelfranco. Via Piave, in quel periodo, è frequentata da tanti migranti, specie donne dell’Europa dell’Est che, nel tempo libero dal lavoro o mentre sono alla ricerca, siedono e parlano sulle panchine dei giardini lì attorno. Il coro, allora, è il risultato di un’intuizione semplice e rivoluzionaria: usare il canto per ricucire relazioni, creare fiducia, generare comunità. A immaginarlo sono le Politiche sociali del Comune di Venezia insieme agli operatori di strada, impegnati allora a rispondere alle tensioni crescenti tra vecchi e nuovi residenti, in un quartiere segnato da un forte cambiamento demografico e da episodi di microcriminalità, a volte enfatizzati dalla stampa locale.
“L’obiettivo era chiaro: offrire occasioni di incontro in un territorio che stava perdendo i suoi punti di riferimento. La musica, linguaggio universale, diventa così un ponte per avvicinare persone che non parlano originariamente la stessa lingua, ma possono condividere un ritmo, un respiro, un’emozione”.
Dalle prime dieci voci a una comunità che cresce
Il primo nucleo del coro è composto da una decina di persone: italiani curiosi di conoscere i nuovi vicini e donne provenienti da Ucraina, Moldavia e Romania. Per loro questa è una buona occasione per entrare in relazione con il territorio; per gli italiani, invece, si tratta di uno spazio dove superare diffidenze e stereotipi. Oggi quel piccolo gruppo è diventato una comunità di oltre cinquanta coristi a Mestre. Nel 2025 l’esperienza è stata replicata anche a Treviso, dove il nuovo coro conta già una trentina di partecipanti. Non è la prima “migrazione” del progetto: negli anni, infatti, il modello è stato adottato anche a Fonte, segno di una metodologia che funziona e che si diffonde naturalmente, per imitazione e desiderio. Tante le persone che sono state accolte, ciascuna con la sua storia: “Ricordo quella di una signora arrivata in Italia a piedi dalla Romania. O tutti i racconti dei ragazzi che hanno vissuto l’esperienza drammatica della rotta mediterranea. La traversata del deserto, la prigionia in Libia, il naufragio e l’arrivo in Italia, dove qualcuno all’inizio ha dovuto fare i conti con schiavitù, caporalato e razzismo. Voci dal mondo diventa, allora, una piccola comunità in cui ognuno si prende cura dell’altro”.
La musica di tradizione orale: un metodo che mette al centro le persone
Fin dall’inizio Giuseppina Casarin ha scelto di non costruire un coro tradizionale, ma un laboratorio di pratica di comunità musicale, basato sulla musica di tradizione orale. È un approccio che non usa spartiti né testi scritti: si impara ascoltando, osservando, ripetendo. È un metodo che valorizza l’attenzione, la presenza e l’ascolto dell’altro, e che permette a chiunque di partecipare, indipendentemente dal livello di alfabetizzazione musicale. Ogni canto del repertorio è proposto da una persona del gruppo: un gesto che implica coraggio, perché significa condividere una parte intima della propria storia. E chi ascolta, accoglie. Così questo luogo di musica diventa uno spazio di autodeterminazione, dove la voce è un diritto e un modo per raccontarsi. Il repertorio di Voci dal mondo è, in questa prospettiva, un viaggio: ci sono l’Alleluja liturgico dal Camerun, i canti africani in cui la religione si intreccia alla tradizione, una canzone ucraina che ricorda che “chi non conosce l’amore, non conosce il dolore”. E, poi, brani italiani che parlano di migrazioni contemporanee, come Seminatori di grano di Gianmaria Testa, ispirata alla rotta mediterranea, o Mare nostro vostro del duo veneziano Storie Storte, che racconta il viaggio di un ragazzo del Benin attraverso la Libia e il mare. Ogni canto è una domanda aperta: Chi siamo quando ci spostiamo? Chi siamo quando accogliamo?
Cantare la città, anche nei suoi spazi più fragili
Negli ultimi anni, il coro ha iniziato a interrogarsi su come portare la propria voce negli spazi urbani, soprattutto in quelli più fragili o percepiti come ostili. Una delle esperienze più significative è stata al sottopasso della stazione di Mestre: luogo di passaggio veloce di giorno e percepito come insicuro di notte. Lì, tra odori forti e luci fredde, la musica ha risuonato trasformando lo spazio e lo sguardo di chi lo ha attraversato. Per prepararsi, il gruppo ha compiuto una passeggiata sensoriale di ascolto del territorio, da cui è nata la canzone Dove cantiamo?, una riflessione collettiva su come la città risponde alle voci che la abitano. “Il passo da soli è buio, paura, insieme è forza e libertà”, dice il testo.
Un’esperienza culturale, sociale e politica
Del resto, il coro è un’esperienza formativa di cittadinanza: è culturale, perché mette in dialogo identità diverse; è sociale, perché è aperto a tutti, senza distinzioni di età, abilità o provenienza; ed è anche una pratica morale e politica, perché l’incontro con la diversità porta a riconoscere i diritti di chi li ha e di chi non li ha ancora.
Non a caso, “Voci dal mondo” è stato oggetto di tesi universitarie e studi accademici, ed è stato riconosciuto anche a livello nazionale: nel 2012 Casarin ha ricevuto il Premio Melograno della Fondazione Nilde Iotti, assegnato a donne che si distinguono per il loro impegno nella convivenza e nell’integrazione. Nel tempo, Voci dal mondo è entrato nella rete dei cori culturali Babele Bab, che ha promosso festival a Napoli nel 2023 e a Torino nel 2025. Quando si muove, sono più di ottanta persone: un’onda di voci che porta con sé storie, accenti, speranze. Oggi alcuni coristi dei tre gruppi hanno avviato un nuovo percorso di formazione sul tema dell’ascolto, della presenza scenica e del corpo in azione, per affinare ulteriormente la pratica collettiva.
Chi entra nel coro sa che questo è lo stile: ascoltare, accogliere, restituire. Portare a teatro persone che vivono in condizioni precarie significa ribaltare ruoli e prospettive, riconoscere competenze e bellezza dove spesso la società vede solo fragilità.
“In fondo – conclude Casarin -, Voci dal mondo non è solo un coro: è un modo di abitare la città. È la prova che la musica può essere un bene comune, un diritto, un luogo di incontro. È la dimostrazione che, quando le voci si intrecciano, la comunità diventa possibile”.
Prossimi appuntamenti
Per ascoltarlo ci sono da segnarsi in agenda i prossimi appuntamenti: il 27 aprile a Mogliano, per il festival Rebella; il 13 giugno a Empoli, in un ciclo di incontri dedicati alla multiculturalità; il 27 giugno a Mirano, per la Festa dei Popoli.



