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IV domenica di Avvento: Giuseppe, parte attiva della promessa

Una scelta che permette il compiersi del disegno di salvezza

Giuseppe, il cui nome significa “Dio aggiunga”, dunque l’implicito augurio di una discendenza feconda. Giuseppe, il cui lavoro è quello comune di carpentiere (cfr. Mc 6,3) e di cui poco si parla nei vangeli. È lui il protagonista del brano che la liturgia ci propone di meditare in questa quarta domenica di Avvento, per prepararci ad accogliere Gesù nel Natale ormai prossimo.

Maria e Giuseppe sono già sposati; secondo la legge giudaica, con il fidanzamento il contratto matrimoniale era già stipulato. Il matrimonio avveniva in due fasi: lo sposalizio e le nozze, cioè quando la sposa andava ad abitare in casa dello sposo, dopo un anno.

È questo lo spazio temporale nel quale si situa anche il brano di Matteo che, infatti, sottolinea: “Prima che andassero a vivere insieme”.

Giuseppe si trova davanti a un dato di fatto: sa di non essere il padre di quel bambino, sa cosa prevede la Legge in caso di adulterio e il Vangelo ci rivela tutto il dilemma di quest’uomo, definito “giusto”. La sua giustizia ha i tratti belli della giustizia di Dio, che guarda prima di tutto all’uomo.

Il tormento di Giuseppe nasce dal voler custodire Maria, non volerla esporre alla pubblica vergogna. Il primo pensiero non è per se stesso, per la sua reputazione, ma per Maria.

Soffermiamoci un po’ a contemplare questa icona di delicatezza che è Giuseppe, chiedendoci, quando ci troviamo in situazioni in cui è complesso discernere, come possiamo far prevalere il bene per l’altro, la sua custodia.

“Mentre, però, stava considerando queste cose”: il discernimento di Giuseppe, come anche quello di ciascuno di noi, è un processo che chiede tempo e che mette in campo la dimensione dell’incertezza. Giuseppe ha già preso una decisione buona, scegliendo di custodire Maria, tuttavia l’angelo, nel sogno, lo trova in questa condizione di insicurezza, di titubanza, e lo rassicura.

Non sempre è facile discernere e, a volte, abbiamo bisogno di chiedere aiuto, di essere accompagnati; non si tratta di far scegliere altri al posto nostro, ma di avere qualcuno accanto. E nella preghiera possiamo portare queste insicurezze e trovare, nel dialogo con Dio, delle motivazioni, delle certezze che ci aiutino a scegliere.

Nel sogno, l’angelo ricorda a Giuseppe che c’è una promessa che attende di essere compiuta da otto secoli e lui ne è parte attiva. Non è sufficiente che Maria concepisca e dia alla luce Gesù, occorre che Giuseppe, dandogli il nome, lo inserisca dentro una discendenza, quella Davidica, da cui deve venire il Messia.

E Giuseppe, svegliatosi, passa all’opera: prende con sé Maria, sua sposa, permettendo così il compiersi del disegno di salvezza.

Se crediamo di essere dentro una storia di salvezza che ci precede e ci seguirà, dobbiamo ricordare che le nostre scelte non hanno conseguenze che riguardano solo noi, hanno un carattere che potremmo definire “sociale”, che riguarda tutti e ciascuno. Possiamo chiederci, nella vita di tutti i giorni, cosa ci aiuta a prendere decisioni “sociali”, che tengano conto del bene comune.

Il nome che Giuseppe dovrà dare al bambino è Emmanuele, ossia Dio-con-noi; ancora una volta stupisce la tenerezza di Dio che, in questa vicenda complessa, ricorda a questi sposi che non sono soli, perché Dio cammina con loro.

È una promessa che dura da sempre e per sempre, come anche ricorderà Gesù ai suoi, salendo al cielo: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Una promessa della quale beneficiamo anche noi, nelle nostre decisioni complesse, nelle situazioni difficili che viviamo o nelle nostre giornate, così come sono. Dio-con-noi non ci lascia mai! Possiamo chiederci, allora, in quali situazioni siamo riusciti a riconoscere la presenza di Dio nella storia e condividere qualche segno di questa presenza consolante e incoraggiante.

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