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Un “dress-code” che dice chi sei

Con la ripresa delle attività scolastiche, una delle questioni che rispunta sempre fuori è quella del grembiule, con i suoi pro e contro e il derby dei favorevoli e contrari
27/10/2023

Con la ripresa delle attività scolastiche, una delle questioni che rispunta sempre fuori è quella del grembiule, con i suoi pro e contro e il derby dei favorevoli e contrari.

Non è un banale argomento da nonne stanche di stirare per i nipoti: tutte le epoche, con gli annessi cambiamenti sociali e politici, hanno sempre avuto influenza anche sull’istruzione scolastica.

In Italia l’introduzione delle divise a scuola avvenne nel ventennio fascista: prima non esisteva un’uniforme apposita per differenziare età e sesso degli studenti.

Aver richiamato un periodo così buio della nostra storia, ovviamente, potrebbe deporre a sfavore della divisa, anche se possiamo benissimo rammentare come sia diffusa in tutto il mondo e come i vip, al primo giorno di scuola, fotografino i loro bambini proprio col pantaloncino grigio e la polo in tinta. La divisa, più o meno blasonata, è da noi sostituita dal più dimesso ed economico grembiule, il quale, finché è tinta pastello, può essere pratico e bello, ma di fatto adatto solo ai più piccoli.

Decisamente certi blu o neri sono tristissimi e più che altro ricordano, in scala ridotta, il grembiule indossato dal salumiere di fiducia degli anni Sessanta. Con le contestazioni giovanili del ’68-’77, il grembiule fu messo definitivamente al confino e nessuna legge italiana prevede l’obbligo di indossarlo. I cambiamenti attuali e in corso rendono impossibile, per chi volesse, reintrodurre il grembiule lì dove non c’è più da decenni, così pongono sempre più l’accento su aspetti educativi ed esistenziali pregnanti.

Non parliamo più di grembiule né di divisa, ma di “dress-code” (recole per l’abbigliamento) dello studente e del docente.

Non si tratta solo di discutere tra l’appiattire le personalità dei ragazzi (fronte del no) e il garantirli dallo sfoggio di brand costosi (fronte del sì), ma di sapere chi sei, dove ti trovi e a fare cosa.

Lo sanno gli studenti, i loro genitori, e magari anche i docenti che sì, tranquillo, sei sempre te stesso, sei sempre libero, ma in spiaggia stai un modo, in montagna in un altro, a casa in un altro ancora, a una festa e a scuola in modo ancora differente?

Pare sempre meno, se sempre di più i dirigenti scolastici intervengono con le loro circolari proprio sull’abbigliamento e relativo contegno a scuola di studenti e insegnanti.

Sarebbe bello che tutti ci arrivassero, senza circolare del preside, che puoi avere le infradito, ma non a scuola, che puoi avere i jeans sdruciti, ma non a pezzi e strappi, che in classe non fa così caldo da giustificare canottiere e top, che maschi e femmine possono portare bermuda e non short, anche se non sono alle Bermuda.

No occhiali da sole in aula e catename vario.

Non si tratta di giacca e cravatta, per carità, ma un docente-bagnino, con l’amicizia social dei suoi studenti, forse non ricorda che è anche pubblico ufficiale, sia che lavori nella scuola statale, come in quella paritaria e privata.

Insegnanti non solo non ascoltati, ma nemmeno guardati a causa della loro uniformità con gli studenti.

E, a scanso di equivoci, nessun sessismo e moralismo del centimetro: maschi, femmine, alias e quant’altro con le stesse regole su polo, felpe, pantalone lungo o corto secondo stagione.

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