venerdì, 13 febbraio 2026
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STORIE DI NATALE 2: Esprimere e veder accolti i propri desideri

Una foto dal convegno sulla disabilità promosso dal gruppo Per tutti persone di Ac

“Ruvidamente”. Accade spesso così, per le persone con disabilità, il passaggio alla vita adulta dopo il termine delle scuole superiori. Perché, se nel contesto dell’infanzia e dell’adolescenze, i servizi e le forme di tutela funzionano, non senza difficoltà e lacune, dopo le cose si fanno molto più complicate: Quale occupazione, in un lavoro protetto o nelle strutture come i Ceod con le loro lunghe liste d’attesa? Quale autonomia possibile, in famiglia o in contesti comunitari? Quale socialità e quali reti di territorio, anche in prospettiva a lungo termine? E tutto questo, tenendo al centro il fondamentale diritto della persona con disabilità di determinare se stessa, di realizzare (e, prima ancora, esprimere e veder accolti) i desideri, valorizzando le risorse e seguendo gli interessi. In altre parole, compiere il proprio progetto di vita che, a guardar bene, vale per tutti, normali, strani, border, con poche o tante capacità nella propria saccoccia.


Vertigini sul futuro

“Il tempo della scuola dell’obbligo è stato significativo - raccontano i genitori di Giovanni, oggi vent’enne, di Olmi -. Nonostante l’ansia dell’inizio dell’anno sulla nomina dell’insegnante di sostegno e qualche altra burocrazia, tutto è filato dentro un percorso definito, dove il ritmo è scandito dai calendari scolastici con le loro abitudini e i riti conosciuti. Abbiamo vissuto con la chiara impressione che ci fossero persone e strutture che si prendessero cura di nostro figlio, oltre a noi”: la scuola, appunto, ma anche gli scout, la realtà della parrocchia, la Nostra famiglia. Dopo, è più complicato: “Giovanni ha partecipato a un progetto, è seguito dal servizio pubblico, abbiamo visitato dei Ceod, trovando spirito di servizio e coraggio, ma anche lunghe liste di attesa e ospiti con esigenze diverse, dove è più difficile costruire una visione progettuale specifica per nostro figlio”. Finché ci saranno loro, riflettono Franca e Marco, non smetteranno di cercare, di mediare, di aprire possibilità: e dopo? “È inevitabile pensare al futuro e vivere un senso di vertigine che toglie il fiato. Una famiglia da sola non ce la fa, serve una rete” e che sia solida. “Fino all’anno scorso nostro figlio sedeva a scuola accanto a ragazzi della sua età. Ora il divario è reso evidente, le solitudini si acuiscono. E non è facile fare sintesi tra le indicazioni dei servizi, i vissuti di Giovanni, le speranze della famiglia, spesso anche intervenendo con iniziativa privata per sopperire alla sua domanda: Cosa succede domani?”.

Parole che risuonano con molta verità: “Serve un cambio di passo, serve la presa di coscienza che queste persone hanno delle potenzialità e, dunque, sostenerle non con progetti di breve durata, ma sulla lunga distanza - ribadiscono Stefano e Tiziana, genitori di Livia, di Roncade -. Senza scontrarsi continuamente con la burocrazia e una solida rete di sostegno”, che aiuti chi aiuta. Solo il sostegno reciproco, caparbio e autentico, può fare la differenza.


Progetto di vita = vocazione?

A mettere al centro una prospettiva nuova sulla disabilità adulta è arrivata finalmente anche la legge. Frutto di lunghi percorsi di conoscenza, analisi, sperimentazione, ha spostato il baricentro da un approccio funzionale a uno globale, partecipato e dinamico. Una evoluzione che va verso un cambio di paradigma e che tiene insieme anche tutto quanto è stato costruito in termini di servizi e progettualità. Il decreto legislativo 62/2024 rende il progetto di vita individuale centrale e personalizzato per ogni individuo con disabilità, ne definisce i contenuti e le modalità di attivazione con l’obiettivo di piena inclusione sociale e autonomia. La sperimentazione ha coinvolto quest’anno 20 province in Italia, tra cui Vicenza, e nel 2026, a marzo, arriva anche a Treviso.

“I territori devono generare opportunità, sanitarie, sociali, di tempo libero, di relazioni... Il nostro ha cercato di inserirsi in questa prospettiva già da qualche tempo – precisa Paola Roma, presidente della Conferenza dei sindaci dell’Aulss, nuova assessora regionale al Socale, in forza alla Lega -; sta lavorando nella rete dei servizi, con le associazioni, le realtà locali, le famiglie e lo sprone della fondazione Tina Anselmi, che si occupa proprio di progetti di vita. Nel budget di salute dell’azienda sanitaria già era previsto un intervento specifico su questo, che non è «mestiere» solo dell’ufficio pubblico, ma riguarda tutti”. Il presupposto di un cambiamento di approccio che, poi, è anche organizzativo viene, dunque, ora favorito con occasioni di informazione e formazione specifiche perché tutti coloro che sono coinvolti, a titolo diverso, possano partecipare positivamente, dai medici di medicina generale all’Inps, dai servizi al territorio.

“La volontà consapevole è di non escludere nessuno, di arrivare a ogni persona con disabilità e poterla sostenere nel suo percorso, ma anche di riuscire a coinvolgere tutti coloro che, a titolo diverso, possono dare un aiuto in modo coordinato - prosegue Roma -. Noi siamo pronti per consolidare questo approccio grazie all’opportunità offerta ora dalla sperimentazione”. Finalmente, allora, non vedremo le persone con disabilità come quelle che hanno qualcosa da provare a sviluppare o imparare, ma prima di tutto attenzionando la prospettiva più alta del senso e della pienezza della vita e forse, balbettiamo, la vocazione che è un dono per ciascuno.

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