È dei giorni scorsi la nota con cui la diocesi di Milano comunicava che il trentaduenne don Alberto Ravagnani...
Lega: Vannacci se ne va, il commento di Marzio Favero
Il generale Roberto Vannacci lascia la Lega. Una decisione che, forse, sorprende solo il segretario nazionale, Matteo Salvini, e pochi altri. Certamente, non la maggior parte dei militanti in Veneto, fin da subito scettici sull’opportunità di “imbarcare” il generale, e di attribuirgli, addirittura, il ruolo di vicesegretario nazionale. L’ingresso di Vannacci nella Lega era stato il suggello della linea di “ultradestra”, data al partito da Salvini. Ma, per il generale, pure la Lega di Salvini è troppo “moderata”. Così, ha deciso di lanciare un movimento politico, con un nuovo nome e simbolo, “Futuro nazionale”: “Proseguo per la mia strada da solo”, ha detto. Sempre più a destra.
Se Salvini si dice “deluso”, per l’ex presidente del Veneto, Luca Zaia, la Lega ne esce “rafforzata”, dato che viene a mancare colui che era solamente “un corpo estraneo”.
A non darsi pace, confermando le dure critiche alla dirigenza leghista, che hanno causato la sua mancata ricandidatura, è l’ex consigliere regionale Marzio Favero, già sindaco di Montebelluna, da sempre “spirito libero” all’interno della Lega. “Riavvolgiamo il nastro - ci spiega -. In occasione dell’ultimo incontro di Pontida, Vannacci ha fatto delle affermazioni intollerabili, in particolare contro gli stranieri. Ha inneggiato alla Decima Mas. L’unico a uscire allo scoperto, e a dire che quelle parole erano incompatibili con la Lega, sono stato io. Mi ricordo che Zaia aveva affermato che, in fondo, avrebbe potuto diventare un buon leghista”.
La realtà, prosegue Favero, come un fiume in piena, è che “Salvini e Vannacci si sono usati reciprocamente. Il generale ha usato la Lega come un taxi, Salvini ha potuto coprire parzialmente il calo di consensi del partito, iniziato e proseguito per aver colato a picco due Governi, il Conte 1 e l’Esecutivo Draghi. Si è trattato di scelte non responsabili e, alla fine, è stata data visibilità all’autore di un libro insignificante, portato paradossalmente alla ribalta da alcuni intellettuali di sinistra”.
Prosegue l’ex sindaco di Montebelluna: “Non voglio, però, farne una questione personale, e neppure di semplice polemica. Il vero dramma è che nella Lega abbiamo smarrito l’identità di cui eravamo portatori. E le colpe non sono solo di Salvini. La nostra vocazione, lo diceva Umberto Bossi, nasce a partire dalla Resistenza, che è stata un’incubatrice di regionalismo e autonomismo. Penso, per esempio, a intellettuali come Emilio Lussu. Invece, ci siamo intestarditi su una linea di sovranismo, il nome che si dà oggi a un male antico, il nazionalismo, che nel ventesimo secolo ha causato disastri epocali”.
In questa prospettiva, Favero ha “drizzato le orecchie”, in settimana, quando ha sentito Mario Draghi, già presidente del Consiglio e della Banca centrale europea, chiedere con forza un percorso che porti l’Unione europea a diventare una federazione di Stati: “Draghi paga il prezzo si essere stato un tecnocrate. Però pone problemi veri, nel momento in cui la politica la fanno i burocrati, dagli uffici, mentre i politici giocano a fare gli «influencer». Sì, l’Europa dev’essere federale, come diceva Einaudi. Ma i «mattoni» non possono essere gli Stati, troppo dissimili tra loro per dimensioni, ma le regioni. Un’intuizione che aveva avuto il sociologo Ulderico Bernardi”.



