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Controlli e sicurezza nelle scuole: il problema è la violenza nella società

Con l’ultima circolare del ministro Valditara, a determinate condizioni, sarà possibile utilizzare anche il metal detector per controllare gli studenti. Ma cosa ne pensano i dirigenti scolastici?

Arriva il metal detector nelle scuole. La circolare del ministro Giuseppe Valditara è precisa: “Potrà essere disposto l’impiego di strumenti di controllo agli accessi degli edifici, incluso il ricorso a dispositivi manuali di rilevazione di oggetti metallici”. Chiare anche le modalità di attivazione: “I prefetti, d’intesa con i dirigenti scolastici regionali, convocheranno apposite sedute del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. A tali Comitati potranno essere coinvolti anche i referenti delle strutture sanitarie e dei servizi sociali, nonché quelli delle altre realtà istituzionali e territoriali interessate, al fine di pervenire a una conoscenza condivisa delle problematiche presenti nei diversi contesti provinciali e individuare soluzioni calibrate sulle singole realtà”. Lo stile è quello già visto con i comitati Covid. La regia, dunque, sarà provinciale e sempre d’intesa con i dirigenti scolastici. Ma sarà davvero questa la soluzione per le lame che improvvisamente spuntano fra i banchi? Nel territorio l’emergenza è realmente così grave? Guardando a quanto avvenuto nel Trevigiano dal 2023 all’interno delle scuole, gli episodi si contano sulle dita di una mano. Il caso più grave risale al 2023, all’istituto Turazza di Treviso. In un’altra occasione un coltello, rubato nella cucina di una mensa, è comparso in una scuola primaria. Il resto sono risse o pestaggi tra gruppi di studenti.

Più gravi gli episodi avvenuti fuori dalle scuole, come l’omicidio consumatosi all’esterno di una discoteca a Castelfranco Veneto lo scorso maggio, per il quale è indagato un ex studente di Montebelluna che, a scuola, era tranquillo.

Il nuovo provvedimento si concentra sulla scuola, non sulla violenza che circola nella società. Si punta il dito contro l’istituzione scolastica, ma, dai dati che emergono, il fenomeno è soprattutto esterno alle aule. Il mondo degli adulti offre davvero un modello di pacatezza? Oppure la risoluzione dei problemi viene sempre più spesso affidata a chi alza la voce o, peggio ancora, a chi ricorre alle armi? Quando la scuola prova a correggere, a indirizzare, propone le tantissime iniziative realizzate in collaborazione con associazioni culturali e forze dell’ordine per contrastare bullismo e cyberbullismo, trova sempre il consenso degli adulti?

Massimo Ballon, istituto Scarpa-Einaudi: “Giochiamo prima la partita dell’umanità piuttosto dei metal detector”

“Arrivano a scuola vuoti. Non hanno un ideale, non hanno qualcosa per cui giocarsi. I genitori magari si spaccano la schiena 10 o 12 ore al giorno, ma loro non ci credono. I valori dei padri, se sono migranti, i valori del territorio, se sono italiani, non sono più un riferimento. Scuola come ascensore sociale: e chi ci crede più! Dobbiamo parlare con loro, ascoltarli, incanalare questa rabbia, questa aggressività che sentono dentro”.

Massimo Ballon, preside dell’istituto Scarpa-Einaudi di Montebelluna, ha dovuto affrontare diverse situazioni di bullismo. È uno che non si arrende: in maniera pacata, ma ferma, porta avanti progetti contro il bullismo. Conferenze per parlare, per discutere. Recentemente ha ospitato due obiettori di coscienza israeliani; sta provando a proporre agli studenti di prima e seconda un incontro con il parroco del Duomo e con l’imam di Montebelluna. “Affinché questi giovanissimi vedano che ci sono valori umani comuni su cui possiamo ritrovarci, parlare. Riprendere le nostre radici comuni di uomini. Ecco una scuola in cui si può parlare liberamente è una soluzione”.

Se, poi, non si riesce, scattano le sospensioni e anche le espulsioni. Oltre un certo limite non si può andare. “Spesso capita di comminare questi provvedimenti in «contumacia», perché i genitori e l’allievo non si presentano al consiglio di classe decisivo. Genitori di tutte le classi sociali, di tutte le estrazioni, alla fine risolvono facendo dichiarare allo psicologo che il ragazzo non può venire a scuola perché ha troppa ansia. Gli offrono delle alternative private o a casa. Qualcuno gli ha costruito la palestra a casa”.

Ingegnere, prima docente e, poi, dirigente scolastico, Ballon dirige un istituto con grandi numeri, strategico per il territorio. Si preparano tecnici molto qualificati. Lui, con eloquio pacato e quasi disarmante, invita a giocare la partita dell’umanità, piuttosto dei metal detector.

“Una volta comprendevamo il limite per analogia, con l’esempio degli adulti; adesso le regole si sono perse. Passano da zero a mille nella violenza e poi magari si spengono con qualche parola. Se resti in ascolto ti spiegano. L’insegnante è chiamato, purtroppo, a stare sempre vigile, a cogliere il momento critico in cui la bravata può degenerare in tragedia. Se dai del fallito a uno di questi studenti non hanno le risorse per reagire, conservano quella ferita per anni: il mondo dei social non è reale, eppure là dentro le aggressioni, le ferite si esaltano”. “Gestiamo le sospensioni con il lavoro sociale alla cooperativa Vita e Lavoro. Abbiamo un team per la lotta al bullismo e al cyberbullismo. Il progetto con l’associazione Mabasta, movimento antibullismo animato da studenti adolescenti. Tutto utile, ma dobbiamo ammettere che, alla fine, non tutti li recuperiamo. Dopo 15 giorni di assenze non giustificate scatta l’espulsione. Fatti gravi hanno lo stesso esito finale. L’impegno della scuola c’è”.

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