Certo è che nessun capo di Stato ha mai osato tanto.
Il Papa ha denunciato quel delirio di onnipotenza...
La vittoria di Péter Magyar e del suo partito Tisza alle elezioni legislative ungheresi del 12 aprile segna la fine di 16 anni di governo di Viktor Orbán. Con 138 seggi su 199, superata la soglia dei due terzi, il conservatore europeista si prepara a guidare Budapest verso un nuovo rapporto con Bruxelles. Quali scenari si prospettato nello scacchiere geopolitico? Ne abbiamo parlato con Alexandru Fordea, responsabile del Desk geoeconomia del Cesi, il Centro studi internazionali di Roma.
Perché sono state importanti queste elezioni?
Sono state fondamentali su più livelli. Il primo è quello europeo: Orbán, soprattutto negli ultimi quattro-cinque anni dall’inizio della guerra russo-ucraina, è stato una figura ostruzionista all’interno del Consiglio europeo, tentando in diversi momenti e in diverse maniere di ostacolare le prerogative europee di sanzionamento alla Russia e di supporto all’Ucraina. La sconfitta di Orbán e la vittoria di Magyar potrebbero avviare una nuova epoca nei rapporti tra Budapest e Bruxelles, su un fronte molto più positivo rispetto al passato. Sul piano interno, siamo davanti a un possibile punto di ripartenza: Orbán aveva portato avanti politiche macroeconomiche molto complesse e pesanti per i conti pubblici, e con il probabile accesso ai fondi europei è possibile una nuova era di crescita a beneficio di larghe fasce della popolazione. Infine, sul piano internazionale, la Russia perde un assetto all’interno dell’Unione, se non un alleato, un canale di comunicazione e di alleanza rilevante.
Dopo Capitol Hill e la durezza della campagna, un passaggio di consegne così ordinato sembrava quasi un’illusione. Perché Orbán ha accettato il risultato?
L’elemento che ha obbligato Orbán è la differenza impressionante dei valori elettorali. Quando un partito riesce a vincere per oltre i due terzi, è veramente complesso tentare di ostacolare il processo elettorale. Una cosa è combattere un 51 per cento, altra cosa è combattere un valore che dal punto di vista parlamentare va dal 75 per cento in su. Nonostante i 16 anni al potere, per Orbán era molto difficile negare un’evidenza così ampia. Non è un mistero, peraltro, che Bruxelles avesse particolari attenzioni per queste elezioni.
C’è stato un rigetto della figura di Orbán da parte della società civile?
Su questo punto sono solo parzialmente d’accordo, seppur una parte della società civile abbia svolto un ruolo rilevante, una larga fetta dell’elettorato ha deciso di voltare le spalle a Orbán per due motivi soprattutto: il tempo e l’economia. Per quanto concerne il primo elemento, Orbán è al potere da 16 anni e dopo quattro legislature consecutive è molto difficile per qualsiasi leader riconfermarsi in maniera così costante. A questo si aggiungono le difficoltà economiche derivanti soprattutto dal congelamento dei fondi europei, un’assenza di flussi per circa 20 miliardi di euro - che oggi disponibili sarebbero 17 - che ha provocato un grande stress nell’economia ungherese. Va detto, però, che Magyar proviene dalle file di Fidesz, è una persona che ha beneficiato del sistema per un’ampia fetta della propria carriera: le visioni politiche sue e di Orbán, pur con differenze rilevanti, non sono totalmente contrarie, appartengono alla stessa area, quella della destra, seppur una destra più moderata.
La Russia è la grande sconfitta?
Nell’ultimo anno Mosca ha incontrato diverse difficoltà nei suoi strumenti di influenza, quella che possiamo denominare serenamente guerra ibrida e informativa. Penso al caso Georgescu in Romania e al voto in Moldova, dove il partito europeista è riuscito a ottenere una maggioranza importante e solida, limitando in ampia misura l’influenza russa. Ora con l’Ungheria sembra confermarsi questa difficoltà.
Come cambierà la traiettoria europea e il quadro del conflitto ucraino?
Lo stesso Magyar e la presidente von der Leyen hanno già dichiarato che è di nuovo in discussione il pacchetto da 90 miliardi di euro, a sostegno dell’Ucraina, che Orbán aveva bloccato: è molto probabile che venga approvato nei prossimi mesi, così come è probabile lo sblocco dei 17-18 miliardi di fondi ancora disponibili per Budapest. Il rapporto tra Ungheria e Unione migliorerà in ampia misura, pur mantenendosi negoziale. Magyar ha un approccio pragmatico: ha dichiarato di non essere contrario al supporto a Kiev, ma da parlamentare europeo aveva votato contro la fornitura di armi e ha detto di non essere propenso a creare un processo di adesione più rapido per l’Ucraina nell’Unione. Ci saranno miglioramenti, ma non aspettiamoci un totale cambio di traiettoria politica.