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Beato Longhin: dedito alla Chiesa e al suo popolo

Il 26 giugno la messa in cattedrale presieduta dal vescovo Michele Tomasi

Uomo e pastore di pace, dedito alla Chiesa e al suo popolo, per amore di Cristo, capace di cercare vie all’altezza dei tempi per vivere la fedeltà al Vangelo: è il ritratto del beato Andrea Giacinto Longhin, vescovo di Treviso dal 1904 al 1936, che il vescovo Michele Tomasi ha fatto lunedì 26 giugno in cattedrale. Nel giorno della memoria liturgica del vescovo beato, la celebrazione eucaristica, presieduta da mons. Tomasi, ha riunito fedeli trevigiani e fedeli di Fiumicello e di Campodarsego, accompagnati dal parroco e dal sindaco. A concelebrare i vescovi emeriti Paolo Magnani e Gianfranco Agostino Gardin, e diversi sacerdoti, tra i quali i vicari del Vescovo.

Commentando nell’omelia il brano del Vangelo secondo Luca sull’invio dei settantadue discepoli, il Vescovo ha ricordato che “il modo di vivere e di annunciare il Vangelo e il Regno di Dio che il Signore chiede ai suoi, imita perfettamente il suo stile: spediti, leggeri e con poveri mezzi, ma con atteggiamento da fratelli, non da “soci”, senza quella mondanità spirituale del chiacchiericcio, di cui parla papa Francesco, capaci di vivere “la fraternità della pace come stile di vita, metodo di annuncio, contenuto di testimonianza”.

Uno stile incarnato da mons. Longhin, che “è stato Vescovo con e per la sua gente, con e per la sua Chiesa di Treviso. Ne ha condiviso le fatiche, ne ha accompagnato la ripresa, ne ha incoraggiato lo sviluppo materiale, ma soprattutto spirituale - di senso profondo, cioè dell’esistenza”.

In periodi di forti tensioni politiche e sociali, ha ricordato mons. Tomasi, “è stato testimone solido e forte del Vangelo, fedele sempre a uno stile pacifico, e ha esortato con convinzione, nelle sue battaglie anche aspre per la giustizia, a rifiutare ogni uso dalla violenza. Il beato Longhin non ha mai fatto concessioni alla retorica della guerra: la pace del Vangelo deve essere annunciata con una vita di pace, con passi di pace, con strumenti di pace. È un lascito importante, questo, per noi oggi”.
Un Vescovo dedito alla Chiesa e al suo popolo, stimato dai pontefici, che “ha fatto suo per amicizia, per affetto e per profonda consonanza di intenti e di vedute, il programma pastorale riformatore di san Pio X, che approfondiremo nella sua originalità durante le celebrazioni del 120° anniversario dell’elezione al soglio pontificio - ha ricordato il vescovo Michele -. Egli ha cercato vie all’altezza dei suoi tempi per vivere e far vivere la fedeltà alla Parola di vita e di salvezza del Vangelo”.

Proprio il beato Longhin, l’appello del Vescovo, “ci aiuti a vivere lo stesso atteggiamento di fedeltà e di fiducia, di amicizia affettuosa e di obbedienza a papa Francesco, per noi il successore di Pietro. Ci aiuti in particolare, con la sua intercessione, a vivere il senso profondo della stagione sinodale che stiamo vivendo, per giungere a una vera corresponsabilità di tutti i componenti del popolo di Dio, per essere insieme discepoli missionari che vivono la vocazione battesimale al servizio dell’annuncio del Regno al mondo di oggi”. Alla ricerca, anche noi, come Longhin nella sua epoca, di vie nuove da percorrere, vie che “dobbiamo cercare insieme, insieme aprirle e insieme convertirci all’amore fedele e sempre nuovo di Dio. L’invio dei settantadue è l’invio di tutti noi, laici, religiosi e presbiteri insieme, a essere discepoli missionari”.

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