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Due sere: giovani in gioco per la vita
Le serate promosse dall'Ac, che vedono sempre molta partecipazione da parte di tutti i giovani della diocesi, rappresentano un momento di incontro e condivisione su temi che riguardano la vita di un giovane cristiano. Martedì 31 gennaio l'incontro con il vescovo Gardin.
“Una Chiesa tra gli altri, pienamente coinvolta nella storia dell’umanità e solo così veramente con gli altri e per gli altri. Vorremo che queste serate fossero per la vita di ciascuno il tempo di gestazione per atteggiamenti e scelte”: queste le parole dell’équipe del settore giovani di Azione cattolica, che anche quest’anno ha organizzato le “Due sere per giovani”, appuntamento invernale ormai diventato una tradizione. Le serate, che vedono sempre molta partecipazione da parte di tutti i giovani della diocesi, rappresentano un momento di incontro e condivisione su temi che riguardano la vita di un giovane cristiano.
Esperienza, Eucaristia e testimonianza. “Vi ho dato l’esempio” (Gv 13, 15): partendo da questo versetto del Vangelo, don Marco Di Benedetto, liturgista, ha aperto il primo appuntamento di venerdì 27 gennaio. “Si parte sempre da un’esperienza. Un’esperienza che fa vedere e gustare con i propri occhi, che investe corpo, tempo e spazio. Se voglio gustare un piatto succulento, lo mangio. Se voglio sentire l’ultimo singolo di un cantante, lo ascolto. Se voglio conoscere una persona, ho bisogno di entrare in contatto con lei, con i suoi occhi, la sua voce, la sua gestualità”, sottolinea don Marco, perché per fare esperienza ci vogliono un corpo, un tempo e uno spazio. Così è anche l’esperienza con Dio, che trova la sua massima espressione nella celebrazione euraristica, che non deve ridursi soltanto ad una mera ritualità, ma deve rappresentare l’evento più atteso per un cristiano. Don Marco fa riferimento ad un atto d’amore: nel momento in cui celebriamo la messa noi “diventiamo un corpo solo e un’anima sola”, spingendoci oltre quell’individualismo a volte esasperato che pervade la nostra esistenza. In quel momento le tante esperienze si mescolano in un’unica consapevolezza, quella di essere una cosa sola. “L’eucarestia può essere sorgente della testimonianza nella misura in cui partecipo alla celebrazione come si partecipa a un evento, nella consapevolezza di fede che si sta partecipando all’evento che ha salvato l’umanità”.
L’incontro e i confini. Come l’esperienza possa diventare desiderio concreto di incontro, lo ha testimoniato Cristina Simonelli, laica, presidente delle Teologhe italiane, che ha vissuto oltre 30 anni in un campo rom come espressione del gruppo ecclesiale della Diocesi di Verona che cura le relazioni con i sinti e i rom. “Il clima ecclesiale degli anni ’70, con gli echi del Concilio, mi convinse che vivere il Vangelo vuol dire «condividere». Così nel ’76 sono andata a vivere in un campo di Rom, prima in Toscana, poi dall’81 con la piccola comunità della diocesi di Verona (altre due laiche e un prete). Queste realtà sono maturate dapprima in modo indipendente, e oggi “insieme” in una vita ecclesiale simile a una diocesi senza territorio”. Cristina è una donna forte che non ha paura di “stare nel mondo”. Ha scelto di stare in una comunità nomade, rifiutando però gli atteggiamenti da operatore perché “non ci sono casi, bensì amici e nomi propri”, proponendo una logica del “confine” più che del “muro”, perché, mentre il muro divide, il confine è un luogo aperto, di incontro.
Credere produce “dono di sé”. Ma come un giovane può concretamente riuscire ad essere “Chiesa in uscita” nel proprio piccolo e quotidiano? Nel secondo appuntamento di martedì 30 gennaio, mons. Gianfranco Agostino Gardin ha offerto alcuni spunti interessanti partendo dalle domande di alcuni giovani. In modo provocatorio, il Vescovo ha esordito dicendo che “se il credere non produce dono di sé nel mondo, non è vero che crediamo”. Riferendosi all’immagine data da papa Francesco sulla comunità cristiana come “ospedale da campo”, ha sottolineato il ruolo di vicinanza e prossimità che deve caratterizzare ogni comunità, che deve impegnarsi ad uscire dalle proprie porte, dai propri oratori, dalle proprie parrocchie, per dirigersi verso quelle periferie che sembrano inarrivabili. Come testimoniare senza imporre? Il Vescovo è molto chiaro: “Se prima non vi è il racconto della misericordia di Dio, non vi potrà essere testimonianza” e ha concluso affermando che proprio i giovani possono aiutare i consacrati, inizialmente trovando e capendo la propria vocazione, e poi accogliendo la logica del “per sempre”, mettendosi in gioco al cento per cento per la propria vita. Solo così si potrà essere “responsabili del mondo”, come i discepoli di Emmaus che “partirono senza indugio”, tra gli altri.



