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Il "vangelo dello sviluppo" compie cinquant'anni

Lo scorso 26 marzo ricorreva il 50° anniversario della grande enciclica sociale Populorum Progressio di Paolo VI. Vale la pena di riscoprire la sua attualità.

06/04/2017

Cinquant’anni fa (la data precisa era il 26 marzo) il beato papa Paolo VI  firmava l’enciclica sociale Populorum Progressio.
Probabilmente, la miglior recezione di questo documento l’ha fatta papa Benedetto, quando firmò l’unica sua enciclica sociale, la Caritas in Veritate.
“Appartiene da sempre alla verità della fede [...] che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è a servizio del mondo in termini di amore e di verità” (n. 11). Tale dato è richiamato dal papa attraverso l’esplicito rapporto che egli stabilisce tra la sua enciclica, il Concilio, il magistero sociale precedente  e, appunto, la Populorum Progressio di Paolo VI (nn. 8-11 dell’introduzione e l’intero primo capitolo), omaggiata di un impegnativo riconoscimento: “Esprimo la mia convinzione che la Populorum Progressio merita di essere considerata come ‘la Rerum novarum’ dell’epoca contemporanea” (n. 8).
Questa unitarietà senza rotture tra pronunciamenti sociali diversi ma tutti con le medesime radici è spiegata dal papa come sviluppo della Tradizione della fede apostolica.
Parte integrante dell’evangelizzazione
Ciò che appare se non nuova almeno ribadita con chiarezza insolita, è l’estensione di una tale ermeneutica al corpus della Dottrina sociale. Il che significa che nella chiesa non si è ancora sufficientemente compreso e agito intendendo la Dottrina sociale come “parte integrante della nuova evangelizzazione”. Dunque come un ambito che non può essere trascurato dalla ordinaria predicazione e dalla pastorale ordinaria delle comunità cristiane (pastori e laici). La Dottrina sociale della chiesa – nella sua valenza culturale e con la sua pretesa di offrire non solo precetti, ma anche una visione complessiva, coerente e cogente dell’uomo e della società, coestensiva alla visione cristiana della vita, è un capitolo significativo e strutturale del contributo che la fede cristiana può e desidera offrire al superamento della crisi della ragione moderna occidentale, ricollocando l’uomo nella sua costitutiva relazionalità sociale.
Sviluppo come vocazione
E’ eredità ormai condivisa di Populorum Progressio la convinzione che lo sviluppo non è solo una questione “quantitativa”, ma risponde piuttosto a una vocazione, a un’assunzione di responsabilità, nonché a una visione articolata dello sviluppo.
Solo intendendo lo sviluppo come una vocazione e non come un destino cieco si può sperare di avere ancora margini di cambiamento e soprattutto di trasformazione. Vocazione a che cosa? Per l’incarnazione, Dio e l’uomo non sono scissi e separati tra loro, così che il papa può sorprendentemente affermare che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (Populorum Progressio, n. 16).
La novità irriducibile a qualsiasi altra novità mai apparsa nella storia umana è costituita dal fatto che Dio si è fatto uomo, rendendo così la vita dell’uomo (tanto personale che sociale) concreta via di salvezza. Tale salvezza consiste sia nell’assunzione dell’umanità in Dio che nell’apertura dell’umanità al mistero di Dio, il quale - essendone il creatore - è anche l’unico in grado di riscattarla dalla sua “vanità” (cfr. Rm 8, 19-23).
La manifestazione di Dio in parole e gesti umani (cfr. Dei Verbum, n. 2) stabilisce una struttura costitutiva del fatto cristiano e, di riflesso, una condizione imprescindibile della sua comprensione, sotto il profilo sia speculativo che pratico. Alla luce di questa struttura si può comprendere che cosa significhi uno sviluppo “integrale” – altro tema di Populorum Progressio, ripreso da papa Francesco sia in Laudato si’ che nella creazione di un dicastero “per la promozione dello sviluppo umano integrale” – che non fa torto né a Dio né all’uomo, perché assume tutta la consistenza di entrambi.
Vita, progresso e vangelo vanno insieme
Questo sviluppo “integrale” avviene e si sostiene socialmente entro un’intelaiatura che Paolo VI tessé tra la questione della vita umana, quella del diritto al vangelo e quella sociale: nel magistero montiniano Humanae Vitae, Evangelii Nuntiandi e Populorum Progressio sono legate tra loro.
La questione della vita umana, del progresso sociale ed economico e del diritto al vangelo si saldano tra loro fondando la dignità inviolabile e l’effettiva possibilità dello sviluppo dei popoli e dei singoli a un livello che non rimanga puramente quello del potere e dell’economia (o del potere dell’economia).
Una certa visione della procreazione umana porta implicito un certo legame o non-legame con il Dio rivelato dal vangelo e dunque un certo modello di rapporti sociali ed economici.

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