Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
La “donna vestita di sole” ci insegni a “diventare tessitori di speranza”
«Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole...». E subito dopo: «Un altro segno apparve nel cielo: un enorme drago rosso». L’Apocalisse mette questi due segni uno accanto all’altro, nello stesso cielo, nello stesso istante: non prima il male e poi, a distanza, la consolazione, ma un solo sguardo che li tiene insieme.
Il drago ha sette teste, dieci corna, sette diademi: potenza moltiplicata, male che non si accontenta di una forma sola. Non è relegato agli inferi: sta ritto davanti alla donna, pronto a divorare il bambino appena nato. Non serve sforzarsi per riconoscerlo: le cronache di questi mesi — bambini sotto le macerie, ostaggi, popoli ridotti alla fame o alla fuga — ce lo mettono ogni giorno sotto gli occhi, nei telegiornali e negli schermi che portiamo in tasca. Il drago non è un simbolo d’altri tempi: ha sette teste anche oggi, e le usa tutte.
Eppure il testo non indugia sul drago: lo mostra nella sua ferocia e subito lo scavalca. «Alla donna furono date le due ali della grande aquila... perché volasse nel deserto verso il rifugio a lei preparato da Dio». Non deve combattere il mostro a mani nude: è portata, custodita, nutrita. Nel deserto — luogo insieme di prova e di grembo — fa la cosa più disarmata e più potente che si possa fare: partorisce. La risposta di Dio alla mostruosità non è un drago più grande, ma una donna che genera un figlio, protetta perché possa farlo in pace.
Questa immagine ci riporta a una notte e a una mangiatoia: una donna che dà alla luce un figlio, mentre attorno il potere — quello di Erode, questa volta — trama la stessa fame di morte. Maria è questa donna: nella grotta di Betlemme come nella visione dell’Apocalisse, genera nella mitezza in mezzo alla furia della storia, ed è custodita da Dio proprio mentre il male vuole divorarla.
Il drago, nelle pagine successive dello stesso libro, prende un nome: «Babilonia la grande», erede della stessa pretesa che agli inizi della Scrittura aveva innalzato la torre di Babele, «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4) — bastare a se stessi, raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio. Il risultato, allora come ora, non è l’unità ma la dispersione, non la vita ma la fame di divorare.
Ma l’Apocalisse non si ferma qui. Nell’ultimo capitolo lo sguardo del veggente si posa su un’altra città, che «scende dal cielo, da Dio» come una sposa pronta per le nozze: non conquistata a forza, ma donata. È la stessa logica della donna del deserto: dove Babele e Babilonia vogliono prendersi il cielo, la donna e la città che nasce da lei lo ricevono in dono.
Tra questi due estremi sta un’immagine che li congiunge: le mura di Gerusalemme in rovina, ricostruite — racconta il libro di Neemia — non da un’iniziativa solitaria ma da un intero popolo, famiglia per famiglia, con Dio al centro. Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, ha ripreso proprio Babele e le mura di Neemia per il tempo dell’intelligenza artificiale: la scelta non è tra un sì e un no alla tecnica, ma tra nuove torri che dominano il cielo o mani che si uniscono per ricostruire insieme. Non è un caso che quel titolo riprenda l’eco del Magnificat appena cantato: la stessa umanità resa possibile dall’«eccomi» di una donna. È la scelta che l’Apocalisse pone anche davanti alla nostra città: lasciarsi divorare dal drago, o lasciarsi custodire e generare, come la donna, come la Gerusalemme che viene.
Poco più avanti Leone XIV torna su questo canto e ne allarga il senso. Maria, scrive, indirizza il nostro sguardo «sui punti di frattura dell’umanità... nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati», educandoci a guardare il mondo dal basso, «con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco». Sono, quasi parola per parola, gli stessi volti delle cronache di cui dicevamo: lo sguardo preciso che Maria ci chiede, per non cedere al fascino del drago. Per questo il Papa la chiama «poetessa e profetessa della redenzione»: dalle sue labbra sgorga «l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato», capace di rivelare ancora oggi «il disegno trasformatore» che la fede porta dentro la storia.
Ecco perché oggi, contemplando Maria assunta in cielo in anima e corpo, non celebriamo un privilegio isolato. Vediamo invece dove approda, in pienezza, la logica della donna del deserto: che si è lasciata custodire, che ha generato invece di temere, che ha attraversato la mostruosità del male restando mite, ed è oggi viva per sempre con il Figlio suo. «Cristo, primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo»: Maria è la prima, conferma vivente che la mitezza sopravvive al drago, e in lei già si realizza la città che scende dal cielo.
Il male resta mostruoso: non lo neghiamo. Ma accanto ad esso, nello stesso cielo, c’è sempre il segno della donna, e la promessa di una città che nessuna Babele saprà mai innalzare da sola. Se crediamo che Maria, in anima e corpo, sia primizia vivente accanto al Figlio suo, crediamo anche che ogni gesto di cura, ogni vita generata e protetta, ogni tratto di muro che qualcuno accetta di rialzare insieme agli altri, non va perduto: ha già, in lei, la sua garanzia di eternità.
A questa donna del Magnificat affidiamo il nostro tempo così ricco di cambiamenti, perché la sua fede ci insegni a diventare tessitori di speranza, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, perché la presenza del Figlio suo cresca in mezzo a noi e il suo Regno prenda forma.
Non cediamo mai alla logica del male e della contrapposizione, ma cerchiamo, ciascuno e ciascuna per la sua parte, di contribuire a quel bene comune che permette a tutti di fiorire. Con l’aiuto di Dio, riusciremo a vivere il suo amore. Ora e in eterno, in compagnia della Donna vestita di sole.



