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Cronaca di una serata estiva tra i senza dimora con i volontari di Caminantes

I volti di chi dorme in città, tra i parcheggi Dal Negro e Appiani e la stazione, ma anche di chi li incontra ogni settimana
06/08/2026

È un torrido giovedì sera di una lunga e torrida giornata, quelle in cui il desiderio più recondito probabilmente è quello di andare a casa a farsi una doccia, mangiare qualcosa e godere di un po’ di fresco. Invece nella sede di Caminantes a Treviso ci sono nove persone indaffarate che preparano “il giro”; alcune di loro c’erano anche giovedì scorso e quello prima, o ci saranno il prossimo e quello dopo, e così da tre anni, sette anni, oppure undici mesi. Si caricano le auto, ci si divide in due gruppi: uno stazione e parcheggio Dal Negro, l’altro parcheggio Appiani ed eventuali segnalazioni (stasera Sacro Cuore). Mentre si imbustavano i “kit” da distribuire alle persone (succo di frutta, cracker, barretta energetica e scatoletta di tonno o di fagioli, come piccola ma utile integrazione del pasto ricevuto dalla Caritas) si chiacchierava del più e del meno e delle proprie vite; in macchina invece la conversazione è più “operativa”: si legge il report ricevuto dai volontari di Sant’Egidio, che fanno il giro il martedì e il venerdì, e si valutano le situazioni. Si fa la conta di chi si è presentato al mercatino del mercoledì; si legge che una persona avrebbe bisogno di essere accompagnata all’appuntamento di richiesta documenti, di un’altra bisogna accertarsi che sia finalmente andata in pronto soccorso per un malessere fisico.

Volti invisibili

Si scende dall’auto, si procede decisi verso il punto consueto, ma ci si guarda bene attorno per individuare eventuali necessità. Oltre ai kit si porta a spalla un borsone di prodotti per l’igiene e antizanzare, e a braccia confezioni di bottiglie d’acqua, ma oltre a tutto questo, che è fondamentale, quello che donano alle persone è qualche chiacchiera, qualche consiglio, momenti di attenzione. Anche se soddisfare i bisogni primari è sempre una sfida, sono altre le cose che quelle persone bramano di più: avere qualcuno che ti vede, che riconosce che esisti. In stazione sono in cinque, al Dal Negro almeno sette, al Sacro Cuore una, all’Appiani un po’ di più rispetto al previsto. Quando si risale in macchina si contano nominandole una per una, perché molti sono ormai conoscenti di vecchia data: persone che si presentano a quegli appuntamenti da anni, e sono soprattutto italiani o dell’est Europa. Molti altri, invece, sono giovani stranieri: ragazzi di 20-25 anni, prevalentemente dall’Afghanistan (all’Appiani) e dal Bangladesh (al Dal Negro). C’è Edoardo che tiene la mascherina, abbassandola solo per prendere dei sorsi d’acqua, perché vive per strada con il diabete e tutti i giorni si fa le iniezioni di insulina; Manuel è un gran chiacchierone, magro, capelli un po’ lunghi e sorriso simpatico, in altri contesti potrebbe essere scambiato per un giramondo; Ion racconta con rassegnazione il furto dei suoi documenti, con quell’accento marcato straniero nella parlata correttamente italiana che lascia intendere una lunga permanenza qui, dove ha accumulato una sorta di abbandono serafico agli avvenimenti della vita; Antonio raccoglie le cartacce altrui da terra per smistarle nei cestini giusti, ha una fede incrollabile e quando riesce a mettere via qualche soldo della sua esigua pensione sociale va ad Assisi. Sono tutti nomi di fantasia, compreso quello di Arun, ma in questo caso perché non so proprio come si chiami: poche parole in inglese, un sorriso timido, abbigliamento ordinato e zaino come fosse uno studente universitario che torna a casa dopo una lunga giornata in biblioteca, e invece ha lavorato tutto il giorno per due soldi che non gli consentono un tetto sopra la testa.

L’indisponibilità di via Pasubio

Si ritorna in sede per sistemare tutto, sono ormai quasi le undici. Enrica, psicologa, racconta all’altro gruppo lo scambio verbale violento con Renzo al Dal Negro, frutto di una alterazione dovuta molto probabilmente all’alcol. Emblema di quello che può fare alla psiche e alla personalità una vita come quella, che rende le persone un pericolo prima di tutto per se stesse, ma potenzialmente anche per gli altri. Anna, 19 anni, ancora una volta non si capacita del fatto che dei suoi coetanei si trovino a vivere per mesi dentro un parcheggio. Michele è un architetto e mi racconta quello che fa Caminantes sotto la punta dell’iceberg (che sono appunto i giri): programmazioni, relazioni e azioni per far tutelare chi finisce per strada e prevenire queste situazioni, come quelle recenti in via Pisa. Poi ci sono Mauro, Daniela, Malak, Jona, Emma e Paola, in tutto sono circa 20 persone che, alternandosi, trascorrono così il mercoledì pomeriggio o il giovedì sera, con il sole, con la pioggia, con il gelo.

Si mette in ordine, si invia il report a Sant’Egidio e alle altre associazioni e parrocchie in rete, anche quelle che, come loro, nonostante l’impegno quotidiano non siedono al tavolo del Comune quando si tratta di parlare delle persone senza fissa dimora.

Nel frattempo, dall’ultimo Consiglio comunale dello scorso 30 luglio, si apprende che il dormitorio di via Pasubio verrà ceduto per tre anni in affitto ad Ats (Alto trevigiano servizi, non l’Ambito territoriale sociale 09) nell’attesa che si compiano le ristrutturazioni della sua sede in via Lancieri. Quindi dove verranno accolte le persone? L’Amministrazione garantisce di avere un piano B. Nel frattempo, le volontarie e i volontari, per strada, continuano ad andarci.

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