martedì, 20 ottobre 2026
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Messaggio: i "travagli natalizi" di un vescovo

“Come annunciatore del Vangelo il Natale mi mette in difficoltà”, confessa mons. Gardin nel suo Messaggio di auguri, osservando il contrasto tra luci, consumi e il contesto della nascita di Gesù. “Il mio Natale - scrive il Vescovo - comincia da qui: dall’assaporare quanto più possibile la bellezza, il profumo, la fragranza di questa grande notizia: è venuto per tutti, perché Dio ha tanto amato il mondo, perché nessuno vada perduto. A voi, fratelli e sorelle della mia Chiesa, auguro che il Natale vi apra gli occhi sulla bontà di Colui che viene, e viene per tutti: questo vi dia una gioia intima e grande, che si veda, e vi faccia crescere nell’accoglienza aperta, calda, coraggiosa verso tutti”.

Carissimi fratelli e sorelle della Chiesa di Treviso,

pensando all’augurio natalizio da rivolgere, secondo tradizione, a tutti Voi, quest’anno mi è venuto il desiderio di raccontarvi, con molta semplicità, qualcosa del mio Natale. Lo scopo, intendiamoci, è quello di parlare del Natale, non tanto di me. Sono solo alcune riflessioni che ho fatto nei giorni scorsi, pensando al vissuto dei miei molti Natali da quando sono sacerdote (questo è il 48°), soprattutto degli ultimi, e tentando di rievocarne qualche aspetto in questa sintetica ricostruzione.

Nei giorni prenatalizi mi rendo conto che, come annunciatore del Vangelo (questo è il primo compito del prete e del vescovo), il Natale mi mette in difficoltà. Infatti, se mi guardo attorno, vedo le vie della città sfavillanti di luminarie che invitano agli acquisti, la pubblicità in tv intrisa di insulsaggini pseudonatalizie, la preoccupazione unicamente vacanziera di alcuni, i regali inutili e costosi di altri, e tutte quelle cose che oggi fanno il Natale e che conosciamo bene. E allora mi viene da chiedermi: ma che Natale è mai questo!? Poi, assediato da queste varie “natalerie”, apro nel silenzio della preghiera il vangelo di Luca e leggo che «per loro (cioè per Maria e Giuseppe) non c’era posto nell’alloggio», tanto che Maria «lo pose in una mangiatoia» (quella dove mangiano gli animali, sia chiaro!). Questo contrasto mi colpisce e mi inquieta.

Penso poi che alla Messa della notte di Natale mi ritroverò con tanta gente in chiesa; ma non capirò bene se per molti di loro la Messa sia solo una specie di tradizionale appendice della cena natalizia (qualcuno nemmeno risponde Amen). Alla Messa del giorno mi capiterà di percepire che il canto vellutato di “Astro del ciel” (l’universalmente noto Stille Nacht) farà assai più “clima natalizio” del mio tentativo di aiutare a riflettere sullo scandaloso e incantevole «il Verbo si fece carne» che sta al cuore del brano evangelico. Tutto questo non mi lascia sereno, mi affatica. E mi fa chiedere: e come faccio ad infilarci il Natale cristiano, quello del Vangelo, in un Natale che è tutt’altro, o almeno è così contraffatto?

Il travaglio continua. Mi chiedo: non è che forse io stia scivolando nella solita consunta lamentazione dei preti sul Natale spendaccione, pagano, svuotato della sua anima cristiana? Chissà? Ma qui fa capolino un’altra domanda: e quando ho denunciato le incomprensioni o i tradimenti del vero Natale mi sono rasserenato? Devo dirmi che non è così, almeno non del tutto. Riprendo in mano il Vangelo, questa volta Giovanni. Quell’inimmaginabile «il Verbo si è fatto carne» prosegue con un più esplicito «e venne ad abitare in mezzo a noi». Letteralmente: «pose la sua tenda in mezzo a noi»… E allora penso: noi, chi? Il noi del popolo e del tempo di Gesù? Soltanto loro? Non è forse il noi di tutti i tempi, anche il noi di oggi,che viviamo in questo luogo e in questo tempo?

Ma allora, mi domando, questo noi sono (siamo?) i buoni, i credenti, la gente di chiesa, le persone religiose, i fedeli, gli osservanti? Sì, certo. Perché dubitare? Ma non è che il noi comprenda, per caso, anche gli affannati compratori di regali, o forse anche i cacciatori di settimane bianche “occasione-da-non-perdere-con-skilift-compreso-nel prezzo”? I noi in mezzo ai quali viene ad abitare il Verbo non sono forse anche i frequentatori svogliati della Messa della notte di Natale (e solo questa in tutto il corso dell’anno)? E anche quelli che riducono tutto il Natale ad un commosso ascolto di Stille Nacht? E se tra i noi di oggi ci fossero anche gli infastiditi da questa festa che, nonostante i custodi della cultura laica, deborda, sia pur malamente, dappertutto; e quelli che considerano il presepio solo una ingenua trovata per rallegrare i bambini; e quelli per i quali il Natale non è niente più che qualche giorno di spensierato divertimento? Forse che per loro il Verbo non si è fatto carne? Penso, del resto, al noi che erano i destinatari del primo annuncio del Natale secondo Luca, e cioè i pastori: gentaglia, ci dicono gli esperti della società del tempo.

Certo, in Giovanni leggo anche: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». A parte che erano proprio i “suoi” a non accoglierlo, come si fa a sapere davvero chi lo accoglie e chi no? E come si possono conoscere le vere ragioni di chi non lo accoglie? Per pura cattiveria, per una cocciuta miscredenza, per una pregiudiziale ostilità verso ogni forma di religione, per i nostri mali esempi …?

Poi penso anche ad altri noi tra i quali il Verbo viene ad abitare, anche se a Natale non sono in chiesa: chi si trova al pronto soccorso (paziente, medico, infermiere, accompagnatore) o in terapia intensiva; o chi è di turno come macchinista del treno; o chi sta al capezzale della madre (o del figlio) morente. Penso anche a chi sta cercando un riparo per la notte dalle parti della stazione; a chi non si dà pace per un lutto, un abbandono, la perdita del lavoro. Penso ai fuggitivi dalle devastate città della Siria o dell’Iraq viste tante volte in tv (fino, ahimè, a rimanerne indifferenti); penso a chi pena nei lager libici.

Rileggo Giovanni: «Pose la sua tenda in mezzo a noi». Cristo pianta la sua tenda nel cuore di tutta intera questa umanità distratta o distrutta, dolente o tranquillamente (egoisticamente?) gaudente, immersa nella miseria o in lotta con Dio (avendo in mente chissà quale strana immagine di Dio…), nessuno escluso; non la pianta, la sua tenda, solo tra i devoti, i credenti dalla vita esemplare, i monaci, le anime pie…

Mi viene voglia, allora, di concentrarmi su questa grande, bella, impensabile notizia: Gesù viene per tutti, proprio per tutti, viene in mezzo a tutti, viene accanto a tutti. Anche a quelli che io stento a capire, a riconoscere in sintonia con la mia vita e il mio pensiero, ad amare; a quelli che io tendo ad escludere dal novero dei “credenti come si deve”; a quelli che non considero “dei nostri”. Quel «venne ad abitare in mezzo a noi» Gesù lo esprimerà anche così: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».

Allora ho deciso, il mio Natale comincia da qui: dall’assaporare quanto più possibile la bellezza, il profumo, la fragranza di questa grande notizia: è venuto per tutti, perché Dio ha tanto amato il mondo, perché nessuno vada perduto...; e nel mondo ama anche te che lo rifiuti, te che lo dimentichi, te che di Lui (scusate!) “te ne freghi”; ama anche me che mi ergo a giudice severo dei deformatori del vero Natale.

Questi pensieri ora placano le mie incertezze, mi rasserenano; anzi, mi riempiono di gioia e mi fanno venir voglia di voler bene a tutti, anche a chi ha l’aria del “senza-Dio”. Ecco, ora so che passerò in mezzo alle luminarie senza demonizzare i “consumisti”, che pregherò volentieri con chi viene in chiesa per pura tradizione, e cercherò di riconoscere i piccoli sprazzi di bene rintracciabili anche nelle vite più cupe, più segnate dal male. Penserò a Lui che è venuto per tutti, e non mi affannerò a condannare chi adultera il vero Natale, né chi non lo accoglie: perché Lui ama anche chi non lo accoglie. Cercherò invece di comunicare la mia gioia. E chiederò anche di pensare ai più poveri, perché Lui è nato povero tra i poveri, e ha amato i poveri; si è fatto accanto a chi soffriva e ha detto che si identifica con loro. Ecco, ora forse posso vivere il Natale senza alcun travaglio.

Chiedo alla mia Chiesa di aiutarmi a vivere, o almeno a tentare di vivere ancora una volta questa conversione e questa scoperta, a rasserenare così il mio Natale, a sperimentare e a diffondere questa gioia. E anche a Voi, fratelli e sorelle della mia Chiesa, auguro che il Natale vi apra gli occhi sulla bontà di Colui che viene, e viene per tutti: questo vi dia una gioia intima e grande, che si veda, e vi faccia crescere nell’accoglienza aperta, calda, anche coraggiosa, verso tutti. Come dice papa Francesco, «imparando sempre a toglierci i sandali davanti alla terra sacra dell’altro».

Buon Natale a tutti, con tutto il cuore!  

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