Il recente viaggio apostolico di papa Leone in Francia ha suscitato commenti entusiastici, a tratti persino...
Mettersi in gioco è una sfida giovane
Tantissimi i giovani che hanno partecipato alla veglia con il Vescovo, in adorazione, in cammino, per pensare alla propria relazione con Gesù, capaci di sostare sotto la croce per farsi carico dei crocifissi della storia, che hanno i “piedi puzzolenti”, ma portano i segni della sua presenza.
La sera del 24 marzo, la Cattedrale di Treviso è andata riempiendosi poco a poco di giovani, tutti lì per partecipare alla veglia diocesana dei giovani, secondo incontro in preparazione al Sinodo dei giovani di quest’anno. L’incontro ci ha fatto ripercorrere i momenti più forti della vita di Gesù, partendo dalla Cattedrale, dividendosi poi in altre tre chiese, per dopo ritrovarci nel tempio di San Francesco. Personaggio principale delle riflessioni è Giovanni, il discepolo amato di Gesù e nostro compagno di viaggio verso il Sinodo. Lui è l’unico degli apostoli che “si china sul petto di Gesù” e sosta sotto la croce, insieme a Maria.
L’adorazione. Tutto è cominciato con la lettura della lavanda dei piedi, un gesto semplice, umile, seguito dall’Ultima Cena, dove Gesù non riesce a nascondere di essere spaventato per ciò che lo aspetta. E’ in un momento di così grande sconforto che Giovanni è vicino a Lui e resta turbato dalle sue parole, che comprende solo una volta che sarà davanti al sepolcro vuoto. E come Giovanni, anche noi ci siamo messi in ginocchio davanti a Gesù eucaristia, contemplandolo in adorazione, a tu per tu, quel momento in cui “...io guardo Lui e Lui guarda me” (San Giovanni Maria Vianney, curato d’Ars).
La via della croce. Dopo l’adorazione siamo usciti “insieme, sulla via della croce”. Un fiume di giovani anime che si riversa nei vicoli del centro storico davanti agli occhi stupefatti dei passanti del sabato sera. Loro: tacchi o scarpe da ginnastica; noi: tacchi o scarpe da ginnastica. Uguali! Stessi volti, stessa città. Ma noi muti, in una processione di un silenzio assordante, dentro al nostro cuore un’adorazione silenziosa che non si è affievolita per il contrasto con il chiacchiericcio di loro che festeggiano nei locali, ma che anzi si rafforzava. Non di superiorità o di lontananza verso il mondo attorno, ma dalla consapevolezza del dover farne parte in modo diverso: testimoniando il nostro essere cristiani. Testimoniare, che vuol dire semplicemente essere quello che si dice, esserlo alla luce del sole. Mettendoci la faccia, le gambe che camminano su questa via. Non una marcia per la pace, per questi o quei diritti, ma per urlare senza voce che è in nome di quella Passione che noi stiamo al mondo e che in questo mondo operiamo. Operiamo e camminiamo tra le strade della nostra bellissima Treviso, i cui scorci ci riempiono il cuore, con quella Chiesa che “con umiltà sa so-stare sotto i crocifissi della storia e farsene carico”.
Le testimonianze. Arrivati alla nostra seconda tappa, abbiamo ricordato la crocifissione, quel momento in cui Gesù dona la propria vita per noi. E Giovanni è lì, dove dovremmo essere tutti noi, imparando a so-stare sotto la croce, senza evitarla, senza ignorarla, così come hanno fatto tre ragazze che hanno condiviso con noi una parte dell’esperienza di servizio della loro vita. A volte si pensa che nel proprio dolore, esperienza, scelta di vita si sia da soli, invece con noi c’è un Gesù crocifisso, morto e risorto per noi. E quello stare sotto la croce acquisisce un significato diverso, si sente la presenza di qualcuno che ci accoglie con le braccia dei familiari, degli amici, dei volontari che si relazionano condividendo con noi un pezzo del cammino e della nostra croce. E sono state le parole, anzi lo spirito che permeava le testimonianze di Arianna, Francesca e Giulia, seguite ognuna dai tre segni espressavi della mirra, delle bende e del vino, a far entrare nella nostra quotidianità la semplicità e la bellezza di una Chiesa composta da ognuno di noi, che si fa carico delle croci servendo il prossimo come il buon samaritano.
Il prossimo. Un prossimo che è più vicino di quello che si pensa. Come ha detto una di loro, ogni giorno dovremmo chiederci “oggi ho fatto qualcosa per qualcuno?”, perché solo così, uscendo da noi stessi è quando la nostra vita aquisisce un senso. Questo stare sotto la croce è difficile, spesso ci si sente inutili o in imbarazzo di fronte alla sofferenza, ma è solo così che la Chiesa può diventare quell’«ospedale da campo» di cui parla papa Francesco.
Davanti al sepolcro vuoto. Il sepolcro è stato l’ultima tappa. Il giorno dopo il sabato, Maria Maddalena arriva al sepolcro e lo trova vuoto. Allora corre dagli apostoli e due di loro, Pietro e Giovanni si recano lì, di corsa, per vedere. Giovanni corre come se ne andasse della sua vita e arriva per primo. A spingerlo ad affrettarsi così è un grande desiderio, il desiderio di vederlo vivo, nato da un rapporto (quello con Gesù), che gli aveva cambiato la vita – come ci ha detto mons. Gardin.
Il Vescovo, infatti, si è immerso con noi in questo clima di adorazione, di sosta, di croce; condividendo con noi fatiche, ideali e risorse. Abbiamo scoperto che Gesù “puzza” perché predilige i poveri, lava loro i piedi. E i poveri puzzano... Lui vuole che noi tocchiamo le loro piaghe, che le vediamo innanzitutto, e che siamo poi disposti a farlo diventare un nostro “problema”. Ci chiede tanto al punto che a volte può venir voglia di dire: “Accidenti! Era forse meglio che non ti avessi incontrato?!”, o a volte vorremmo essere cristiani che profumano, lontani dalla sporcizia del mondo. Ma chi, come Giovanni, sa starci nella sofferenza, trova anche una madre premurosa: Maria, rivoluzionaria nell’affetto e nella dolcezza.
E così, questo momento di comunione è terminato, ma ci ha lasciato nel cuore il desiderio di metterci in gioco di più come “infermieri” dell’ospedale da campo che è la Chiesa, insieme, come ci ricordava il Vescovo “sulle strade del dono e della tenerezza che Gesù sa suscitare dentro di noi”.



