Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore”. Lo scrive il Papa, nella sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas” – 231 pagine, suddivise in cinque capitoli – in cui afferma che “la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Il punto di riferimento: Leone XIII, che con la Rerum Novarum ha dato “nuovo impulso” alla dottrina sociale della Chiesa, chiamata oggi a confrontarsi con il fatto che “la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando il mondo”. ”Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo, ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto”, spiega il Papa, mettendo in guardia dal “volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene”.
Oggi, tuttavia, “ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune”.
Non bastano, allora, “strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico”: “occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti”. Un tempo, infatti, “erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione”: “Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
“La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie”, scrive il Papa, affermando che la tecnologia “non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. “Per questo la prima scelta non è tra un ‘sì’ o un ‘no’ alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”. No, dunque, alla “sindrome di Babele”: “l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”. È questo, per Leone XIV, “il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo -, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la ‘via di Neemia’, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati”.
“Oggi assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso”. A lanciare il grido d’allarme è il Papa, nel quinto capitolo della Magnifica Humanitas, in cui stigmatizza “narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione”. Senza contare la “preoccupante perdita di memoria storica”, con una “riscrittura selettiva o distorta del passato, in un clima in cui false notizie e manipolazioni narrative offuscano le lezioni apprese”. “Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune”, l’analisi di Leone XIV: “Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura”, con il risultato che “diventa più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura pulita”. “L’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti”, la tesi del Papa, che definisce “più che mai importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”.