venerdì, 23 ottobre 2026
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Pasqua: fare spazio all'altro

Gesù ci ha resi capaci di vivere di un amore che nemmeno la morte può spegnere. Lui è il Vivente, il Risorto dai morti, primizia di una nuova creazione. A Pasqua anche la morte non fa più paura.

Che cosa significa, per i cristiani, celebrare la Pasqua? E’ imparare a guardare i grandi eventi della storia universale dal basso, dalla prospettiva degli esclusi, dei sospetti, dei maltrattati, degli impotenti. Dei crocifissi, appunto.
Se in questi tempi, colmi di rabbia e di paura, l’amarezza e l’astio non ci hanno ancora corroso il cuore; se ancora riusciamo a vedere con l’occhio limpido del bambino le grandi e le piccole cose, la felicità e l’infelicità; se la nostra capacità di vedere l’umanità intera come parte di noi stessi non è venuta meno; se anche la nostra sofferenza personale, e il dolore e il grido di tanti bambini e madri e padri, nei sotterranei della storia, in Siria come in Congo, in Libia come in Sudan, sono diventati in noi un principio fecondo per rendere il mondo più umano e fraterno attraverso l’azione e la contemplazione, allora tutto questo è grazia di Pasqua, passaggio dall’indifferenza all’impegno, dalla lontananza alla compassione, dalla rabbia e dalla paura all’apertura del cuore. Pasqua è trovare rifugio nel cuore aperto di Cristo, squarciato dalla violenza del carnefice.
Il Crocifisso ha abbattuto i muri. Si può chiamare anche “grazia di conversione”, perché è sì un guardare gli eventi della storia più in profondità, vincendo la retorica dei tanti propagandisti dell’effimero, ma questo sguardo è sempre anche una lama nella carne che chiama a conversione. Per questo, sovente, preferiamo rifugiarci nelle paure e dare affidamento a chi le predica. E così ci allontaniamo dai fratelli, soprattutto da quelli che riteniamo più scomodi e più diversi da noi. Fare Pasqua è, invece, fare spazio all’altro. Non solo a Dio e al suo Cristo, ma ad ogni altro. Fare Pasqua è celebrare la vittoria sull’inimicizia. Il Crocifisso risorto ha abbattuto tutti i muri di separazione e di divisione, e ora, in Cristo, non esiste che un popolo solo, un’unica umanità.
Dobbiamo riconoscere che la spinta alla conversione ci viene sempre dall’incontro con le persone, soprattutto con le creature che, dal territorio della loro povertà, della loro minorità, ci riportano al Vangelo, liberandolo dalle tante incrostazioni con le quali lungo i secoli lo abbiamo addomesticato, fino al punto che si stenta a volte a riconoscervi il volto di Gesù, il “minore” della storia. Sono loro, i poveri, che ci raccontano il volto di Gesù restituendogli la sua luminosità, quella delle origini, la sorprendente novità del Vangelo.
Beata quella Chiesa che mette Gesù e l’annuncio del Regno ai poveri al centro del suo progetto pastorale.
I canti e i lamenti. Mi chiedo come sarebbe la Pasqua se, al posto delle solenni melodie delle nostre cattedrali, o anche dei canti spesso incerti delle nostre chiese di campagna, ci ponessimo in ascolto del pianto dei bambini in Siria, del lamento delle donne violentate e uccise tra le mura di casa, del grido disperato delle moltitudini che fuggono dalla fame e dalla guerra. “A peste, fame et bello, libera nos Domine”, si cantava un tempo in chiesa. E’ Pasqua se la vita reale entra nelle nostre liturgie.
La prima pasqua, celebrata nelle oscure periferie dell’Egitto, è stata questa: una liturgia che celebrava una liberazione dalla schiavitù. Leggiamo infatti: «Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il suo grido: conosco le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo e per farlo salire verso una terra bella e spaziosa». E’ Dio che parla: un Dio che si ribella ad ogni forma di sfruttamento, di esclusione, di separazione.
E la Pasqua di Gesù, quella che anche noi celebriamo ogni anno, è questo: è il Figlio di Dio che si inginocchia davanti a noi per lavarci i piedi, sporchi della polvere di tutte le strade percorse dalla nostra fragile e deviata umanità; le strade della violenza, del tradimento, della corruzione, della inimicizia. Di più ancora: a Pasqua il Figlio di Dio siede a mensa con noi, senza escludere nessuno, nemmeno Giuda il traditore; e non condivide solo il pane, il vino e l’agnello della festa, ma lui stesso si fa pane e vino e agnello, per comunicarci la sua stessa vita. E poi, a Pasqua, innalzato sulla croce, ci attira tutti a sé, radunando questa umanità dispersa e spaventata, come un pastore raduna il suo gregge. A Pasqua diventiamo popolo, e la nostra solitudine è vinta per sempre. Nessuno, a Pasqua, deve sentirsi solo. Ancora: la Pasqua è “buona” perché riceviamo in eredità lo Spirito del Signore, che ci rende abitazione di Dio, luogo della sua presenza, dimora della sua santità.
Lo volete sapere? Gesù ci ha resi capaci di vivere di un amore che nemmeno la morte può spegnere. Lui è il Vivente, il Risorto dai morti, primizia di una nuova creazione. A Pasqua anche la morte non fa più paura.
I cristiani, la paura e la rabbia. Però gran parte della nostra gente vive nella paura e nella rabbia. La paura è una malattia antica che può contagiare anche i cristiani. E anche la rabbia è figlia della paura. Dopo le recenti elezioni politiche nel nostro Paese, qualcuno ha scritto: «Ci verrebbe da dire che l’unico vincitore è l’io. La nostra società e la nostra cultura sono sempre più concentrate sull’individuo: lo mettono al centro e investono sulla sua centralità». Viene spontanea una domanda: che influenza hanno avuto sulle scelte politiche la parola del Vangelo, il magistero dei vescovi, i discorsi di papa Francesco, la predicazione nelle nostre chiese? Pressoché nessuna. Non si tratta di ridurre il Vangelo a ideologia politica o a programma di partito: non sia mai! Mi chiedo piuttosto, e credo che sia legittimo porre questa domanda in quanto cristiano, come sia possibile tradurre anche politicamente l’invito ad andare avanti superando «le paure» che ci portano a considerare lo straniero, il diverso, il povero, l’altro, come un nemico. Mi chiedo, da cristiano, come sia possibile valicare i confini e i muri e costruire una globalizzazione della solidarietà e dello spirito, vincendo ogni forma di egoismo, perché nessuno si senta più escluso dalla tavola della fraternità, che è esattamente il progetto del Vangelo.
Che cosa ci viene chiesto, specialmente in questa Pasqua? Certamente di continuare a tessere pazientemente rapporti di amicizia con tutti, vincendo l’impoverimento delle relazioni, che ci rende tutti più fragili e deboli.
Attorno al Crocifisso nasce un popolo nuovo, del quale si fa parte non per ragioni di sangue, di etnia, del posto che si occupa nella società. E nemmeno per meriti religiosi. Ne facciamo parte solo per grazia ricevuta. A Pasqua nasce un popolo, per il quale l’unica legge è l’amore, senza condizioni e senza esclusioni.
Noi, comunità cristiana che vive tra le case degli uomini, desideriamo costruire, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, una convivenza, una prossimità, dei legami, che rendano ragione della speranza che ci abita. Camminando insieme.
Solo così possiamo veramente dire: Buona Pasqua!

*priore della Comunità monastica Piccola Famiglia della Risurrezione di Marango (Caorle)

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