venerdì, 18 settembre 2026
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Tenere, perdere, ma soprattutto amare oltre - Domenica XIII del Tempo ordinario

Gesù ci richiama a un ordine diverso da dare alle nostre relazioni

“Ma chi si crede di essere?”, “Un Dio così estremista mi turba…”, “Tu non capisci la nostra umanità!”. Sono espressioni emerse quando abbiamo accostato questo brano del Vangelo nel gruppo donne “Casa di Betania”, con il quale ho riflettuto in vista del commento della settimana. Sono espressioni legittime, che segnalano un prendere sul serio quanto il testo propone, molto più di chi scorre via indifferente pensando che non lo riguardi.
Che cosa ci chiede il testo
Ma una volta che ci si è soffermati ad ascoltare, lasciando che il testo interrogasse la nostra vita e che la nostra vita interrogasse il testo, ci siamo chiesti che senso avessero per noi tali richieste “fuori misura”.
E’ emerso il volto di un Dio che ben conosce i nostri modi di entrare in relazione, e i rischi che in ogni relazione sono presenti, a cominciare dalle più vicine: dipendenze reciproche che non lasciano crescere l’altro o l’altra, e neppure noi stessi; relazioni che “sequestrano” chi le vive, che vengono idealizzate e, se deluse, creano reazioni anche violente… La proposta di Gesù si è chiarita, allora, come un invito forte a lasciarci liberare da ciò che può degradare la nostra e l’altrui vita, da modi di amare che diventano soffocanti, richiamandoci a un ordine diverso da dare alle nostre relazioni, a partire dalle più vitali.
Ci vengono in aiuto una comprensione più approfondita di alcune parole chiave del testo: l’espressione tradotta con “amare di più” indica piuttosto “preferire”, “porre al di sopra”; in “essere degno” è presente la sfumatura di “corrispondere” a quanto viene offerto. Come se Gesù dicesse: “Chi metti al primo posto nel tuo amare? Se non metti me al primo posto, rischi di non corrispondere all’amore con il quale io ti amo”. Se, invece, pur nella fatica quotidiana, scelgo di fidarmi del suo amore e di accoglierlo come la fonte più importante per la mia vita, allora anche ogni altro amore trova la sua più autentica espressione, e viene liberato dal rischio fondamentale: dover sostenere da solo il mio più profondo desiderio di amare ed essere amato, nello sforzo di una vita che non riesce a sostenersi con le sole proprie forze, rendendo gli altri succubi del nostro bisogno, e viceversa.
Tenere, gettare, amare oltre
E’ una vita che il tentativo di “tenerla stretta” la fa perdere, letteralmente ce la fa “gettare via”. Ed è solo scegliendo di “gettarla” camminando dietro a Gesù, che quella mia vita diventa seme che germoglia ben oltre le mie piccole capacità di amare. Nel termine “oltre”, emerso nel confronto di gruppo, possiamo intuire che non si tratta tanto di “amare di più” o “amare di meno”, ma di “amare oltre”: oltre il rischio di usare gli altri pretendendo che siano all’altezza del nostro più profondo bisogno di vita, o di lasciarci usare da loro, in dipendenze reciproche che non aiutano a diventar se stessi, a portare frutto. La scelta di seguire Gesù anche a costo di portare la croce diventa allora liberante, perché ci conduce ad affidarci un po’ alla volta anche noi al Padre, come ha fatto lui. Fin dentro rapporti deteriorati o profondamente feriti. E ci fa capaci di lasciarci liberare da “croci” che talvolta ci mettiamo da soli sulle spalle, o che permettiamo ad altri di imporci, per un “amare”, a sua volta, deformato da attese eccessive.
Fare i conti con la “croce”, cioè con la sofferenza impastata anche nelle relazioni, è esperienza quotidiana. Se la condivido con il Crocifisso Risorto anche questa esperienza mi fa persona autentica, che prende sul serio il proprio cammino. E ci rende capaci di portarla con dignità, dietro a lui che apre via fin oltre la stessa morte.
Resi capaci di accogliere
Così facendo si apre la possibilità di accogliere quella vita che mi viene donata nelle relazioni e negli incontri quotidiani. Accogliere chi mi rende capace di scorgere in essa la presenza di Dio (il «profeta»), accogliere chi mi provoca a comportarmi secondo ciò che Dio desidera per il bene mio e dell’altro (il «giusto»), ma soprattutto accogliere il «piccolo»: cioè la presenza stessa di Gesù. E saper donare quel “sorso fresco di vita” che sono in grado di donare, mettendoci di me tutto ciò che può rendere prezioso quel piccolo dono, espressione di cura per coloro a cui lo offro.
Sono atteggiamenti che vogliono diventare stile quotidiano di vita, ben oltre una pura osservanza rassicurante della legge. Amare davvero, infatti, significa lasciarmi interpellare da chi incontro sul cammino, soprattutto dai più piccoli, dall’anziano abbandonato nella solitudine fino agli ultimi 600 affogati in mare cercando vita più degna.
Una comunità necessaria
Ma per ritrovare la misura più autentica delle nostre relazioni e dei nostri amori, in riferimento a quello con cui Dio ci ama, c’è bisogno del confronto e dell’accompagnamento di una comunità.
Una comunità che continuamente impara, e nella quale imparo anch’io, ad amare l’altro accogliendolo presso di me senza diventare dipendente dalla sua gratificazione, né farlo dipendente dalla mia. Se ci affidiamo insieme a questa proposta, a questa esperienza, ci sarà possibile giungere con Gesù alla Pasqua, pienezza di vita e di amore, perché il suo amore è grande abbastanza da sostenere i nostri passi, è il centuplo che fino alla meta rende possibile il cammino.
Ringrazio il gruppo donne “Casa di Betania”: ho utilizzato solo parte della grande ricchezza di spunti emersi durante il lavoro di riflessione comune sul testo. Il resto rimane prezioso contributo al cammino di ciascuna.

LA SCHEDA Crocifisso di Madre Teresa Per chi è familiare con le Missionarie della Carità (suore di Madre Teresa) sa che in ogni loro cappella, ovunque si trovino nel mondo, accanto al Crocifisso, campeggia la scritta “I thirst”, ho sete. Con quanta acqua fresca, fatta di carità, di servizio, di fede… è stata dissetata questa sete del Signore.

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