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In mostra a Treviso la creatività che salva

Storie di artisti che emergono dai campi rifugiati in tutto il mondo. L’esposizione è ospitata alle Gallerie delle Prigioni fino a giugno

Parli di rifugiati e di campi rifugiati e non ti viene in mente di associarli con l’arte, con l’essere artista. Questo perché non ci soffermiamo a riflettere che lì transitano o vivono per sempre la loro esistenza persone, singoli con la propria storia, le proprie aspirazioni, i loro sogni realizzati.

E’ il filo conduttore che unisce la mostra “Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo”, inaugurata lo scorso 7 marzo alle Gallerie delle Prigioni di Treviso, sede della Fondazione Imago Mundi, e visitabile fino al prossimo 30 giugno.

Artisti prima che rifugiati. L’esposizione, curata da Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi, raccoglie 174 opere, in formato 10x12cm, unica indicazione data da Imago Mundi, di 162 artisti che vivono o hanno vissuto in campi per rifugiati. Tanti di loro hanno trovato accoglienza in Europa o in America, ma anche da quella realtà sono stati plasmati come artisti. E di ognuno di loro conosciamo la storia che testimonia “come la condizione di rifugiato sia accidentale” e per questo “rivendicano la propria unicità”.

Le aree di provenienza degli artisti sono molte e non sono ancora complete, vanno dall’Afghanistan al Myanmar e al Vietnam, dalla Palestina al Kurdistan e alla Siria, dal Burundi all’Etiopia e alla Somalia, dalla Costa d’Avorio al Sudan.

Stanze ancora vuote attendono di ospitare gli artisti dei campi rifugiati del centro e sud America e della rotta del Mediterraneo. Solo al termine verrà redatto il catalogo, che darà molto spazio a ogni singolo artista e alla sua storia personale. Tutti luoghi che ricordano guerre, conflitti, crisi, persecuzioni etniche o religiose, catastrofi naturali, violenza o altro, e che per molti sono la quotidianità, dove vivere, crescere, giocare, studiare. Paesi di accoglienza sono allo stesso modo distribuiti ovunque, dall’Uganda al Kenya, dal Nord America alla Germania, dal Bangladesh al Regno Unito, all’Italia.

E’ necessario prendersi del tempo per soffermarsi in ogni ambiente delle Gallerie delle Prigioni dedicato a un campo per rifugiati: testi, video, foto e opere degli artisti, consentono al visitatore di conoscere direttamente le loro vite e vicissitudini.

Tra le storie che veniamo a conoscere, accompagnati nella visita dal responsabile della ricerca curatoriale Mattia Solari, c’è quella del campo di Kutupalong in Bangladesh, ritenuto oggi il più popoloso al mondo, dove trovano accoglienza i rohingya, protagonisti di uno degli esodi forzati più massicci: lo slide-show del fotografo Abir Abdullah cattura alcuni momenti della drammatica migrazione di questa comunità.

Del campo di Kakuma, in Kenya, apprendiamo la storia dal video musicale della regista congolese Aminah Rwimo, che racconta l’esperienza di tre cantanti, vittime da adolescenti di matrimoni forzati. Relatrice Tedx e cofondatrice di Exile Key films, società di produzione con sede a Kakuma, ben racconta lo spirito della mostra Out of place: “Un giorno stavo camminando e ho visto un annuncio: FilmAid stava cercando dei partecipanti per il programma di formazione cinematografica. Quando mi sono iscritta, e pensavo che avrei realizzato il mio sogno di diventare un’attrice, ma durante il corso mi sono resa conto che avevo finalmente trovato il modo per diventare la voce di quelle donne che avevo incontrato nel campo... Qualunque cosa ci sia accaduta fa parte della nostra vita. Ma non ne costituisce la fine”.

Trale formelle che ammiriamo c’è quella di Famakinka Olunafemi, pittore nigeriano che vive in Francia e, lontano dalla sua terra natale, si sente come un re senza trono; l’opera fotografica di Youssef Al-Shuwaili, dall’Iraq, presenta una madre in una posa simile a quella della Madonna della Pietà, ma, a guardar bene, la donna con un braccio culla un neonato e nell’altra mano tiene una granata, generando un cortocircuito di amore e odio; nel lavoro di MyLoan Dinh, artista di origine vietnamita residente negli Stati Uniti, una foto di famiglia è incorniciata dai ritagli di un’economica borsa per la spesa che spesso i rifugiati impiegano come valigia, mentre sul retro dell’opera frammenti di gusci d’uovo formano una busta, a simboleggiare la fragilità della loro condizione e il desiderio di restare in contatto con i familiari.

Ci sono i lavori del collettivo Arafa and the Dirars, composto da madre e cinque figli, sudanesi rifugiati nel Regno Unito, che ha trovato nell’arte un modo per elaborare il trauma della perdita e il senso di instabilità.

Al primo piano, il visitatore viene condotto in Giordania, nel campo di Za’atari, il più esteso campo per rifugiati siriani al mondo, e nei campi di Baq’a, Hittin, Irbid, Madaba e Souf, che accolgono rifugiati palestinesi e sono tra i primi ad essere stati istituiti, negli anni Cinquanta e Sessanta. C’è la stretta attualità e c’è la storia di un popolo, quello palestinese, profugo dagli anni Cinquanta del secolo scorso.

Gente che decide di restare e altra che se ne va. E’ la sezione dedicata al popolo afghano. Le testimonianze qui raccolte raccontano le storie di artisti che, dopo la ripresa del potere da parte dei talebani nel 2021, sono stati evacuati e di altri che sono rimasti in patria, dove non possono più esercitare la loro arte, insieme alle storie di artisti, ora stabilitisi in Europa o in America, per cui il campo è un elemento fondante del proprio passato.

Come in precedenti esposizioni, tre installazioni sono state realizzate specificatamente per questa mostra da artisti presenti in collezione: Rushdi Anwar, artista curdo, presenta il lavoro Reframe “Home” with Patterns of Displacement, in cui frammenti di tappeti sono posti gli uni accanto agli altri, generando così spazi vuoti e irregolarità nei disegni che rimandano alla precarietà della vita dei rifugiati; Laila Ajjawi, street artist palestinese, ha prodotto un intervento artistico su tela che richiama i murales che normalmente dipinge nei campi per rifugiati; il fotografo Mohamed Keita, originario della Costa d’Avorio e giunto a Roma a 14 anni nel 2007, ha realizzato una serie di ritratti corredati dalle interviste del giornalista Luca Attanasio. Racconta attraverso le immagini e le esperienze dirette dei protagonisti cosa significa essere rifugiato in Italia.

Orario di apertura: venerdì 15.30-18.30, sabato e domenica 10-13 e 15.30-18.30.

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