Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
La guerra dei prezzi
Padroni a casa nostra, meno importazioni, niente immigrati, prima pensiamo a noi. Slogan che da anni rimbalzano, più o meno intelligentemente, nel mondo della politica. E, poi, ci accorgiamo che quello che accade a migliaia di chilometri da casa nostra, in mezzo a un deserto roccioso e inospitale, ricade immediatamente su di noi. Ti svegli la mattina e, con gli occhi ancora gonfi di sonno, non credi a quello che vedi: il gasolio oltre i 2 euro al litro, quasi come il prosecco acquistato sfuso. Sapevamo già che “un albero che cade in Amazzonia” modifica il clima dalle nostre parti, che l’inquinamento non conosce confini e le pm10 da Pechino arrivano a noi senza scalo.
Adesso, però, quando gli altri si tirano i missili, noi dobbiamo spendere fino a 25 euro in più per fare il pieno. Lo sapevamo: è dal 1973 che passiamo da una crisi energetica a un’altra. La prima ci costrinse ai fine settimana a piedi e alle targhe alterne nei giorni feriali. Fu la vendetta dei Paesi Opec, esportatori di petrolio, all’appoggio dato a Israele nella guerra del Kippur. Poi ci fu quella del 1979 con la rivoluzione iraniana; quella della guerra del Golfo, 1990; nel 2008 il petrolio arrivò a 147 dollari al barile; nel 2022, quella conseguente alla guerra in Ucraina, con l’interruzione del gas russo. La memoria, però, ci fa difetto e allora le bombe su Gaza sono un problema solo dei palestinesi, l’Ucraina potrebbe essere meno testarda e i giovani centrati in mezzo agli occhi dai pasdaran ci fanno versare lacrime di coccodrillo.
Al di là del giudizio politico che possiamo dare su questi eventi, resta il fatto che periodicamente siamo in balia di crisi energetiche che massacrano i nostri stipendi: se andasse avanti così, alla fine dell’anno solo di luce e gas pagheremo oltre 1.500 euro in più del passato. A tutti, poi, è chiaro che ci sono fenomeni speculativi: ma come? Quel petrolio bloccato nello stretto di Hormuz sarebbe arrivato da noi tra un mese; quello che è stato già raffinato ed è qui in Italia fu pagato non certo ai prezzi di oggi, ma venduto così.
Conclusione: il 40 o il 60% lo intascano i mediatori e le compagnie petrolifere, solo sfruttando la turbativa dei mercati che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha generato. Speculazione figlia di un mercato senza regole e di una guerra fuori dal diritto internazionale.
Intervista: per il geofisico Antonio Galgaro, la transizione energetica è inevitabile
Il suo corso “Energia e sostenibilità” conta più di 300 iscritti, provenienti da tanti indirizzi. È tenuto dal geofisico Antonio Galgaro, professore di Geotermia, al dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.
Professor Galgaro, quanto è urgente ridurre l’uso dei combustibili fossili? Non rischiamo di passare semplicemente da una dipendenza a un’altra?
Ridurre i combustibili fossili è fondamentale. La transizione energetica non è più una scelta: è un processo inevitabile. Ci saranno tentativi di rallentarla, ma l’elettrificazione di mobilità, climatizzazione e processi industriali è ormai una strada presa. Se non investiamo nella nostra autonomia energetica, rischiamo di dipendere sempre più da Paesi esteri, come Russia o alcuni Stati del Nord Africa.
Qual è il ruolo dell’energia geotermica in questo contesto?
La geotermia ha grandi vantaggi. È continua, giorno e notte, e può essere regolata secondo domanda e offerta. Si può perforare praticamente ovunque: in zone vulcaniche, come Napoli o le Eolie, ma anche altrove, creando distretti locali di calore o di freddo. Noi, in Italia, abbiamo circa 8 mila pozzi abbandonati, scavati in passato per petrolio e gas. Molti sono tra i 2.000 e i 5.000 metri e possono essere riutilizzati senza scavare nuovi pozzi, abbattendo costi e tempi. Anche in Veneto ci sono potenzialmente tanti pozzi riutilizzabili.
Ci sono ostacoli economici o tecnici?
La realizzazione di un pozzo geotermico costa tra 2 e 7 milioni di euro. Serve personale formato e tecnici di riferimento. Al momento la conoscenza della geotermia è ancora limitata: molte persone ignorano quanto sia silenziosa e invisibile, e quanto consumi poco. Ma è una tecnologia stabile, con temperature costanti già a pochi metri di profondità.
E altre energie rinnovabili, come vento e sole?
Sole e vento sono fondamentali, ma non risolvono tutto. Servono sistemi di accumulo dell’energia, reti intelligenti e gestione efficiente per integrare queste fonti.
Come si affrontano le dipendenze tecnologiche, ad esempio dalla Cina?
La dipendenza dalla Cina è reale, soprattutto per batterie e componenti tecnologici. Tuttavia, stanno nascendo aziende per il riciclo di pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Ad esempio, il silicio dei pannelli rimane utilizzabile indefinitamente, creando nuove opportunità di lavoro e sviluppo sostenibile. Compriamo una volta i pannelli, poi li possiamo riciclare all’infinito, di petrolio invece dobbiamo continuamente rifornirci.
E il nucleare?
Il nucleare non è una soluzione immediata. Ci vogliono venti anni per costruire una nuova centrale e il monopolio delle materie prime, come l’uranio arricchito, è di Russia e Cina.
Come possiamo sostenere gli enormi investimenti necessari per la transizione?
Gli investimenti stanno arrivando soprattutto dall’Europa, ma dobbiamo puntare su tecnologie disponibili oggi, come geotermia, fotovoltaico e riciclo. Purtroppo le politiche europee sono ancora influenzate dalle grandi case automobilistiche.
In conclusione, possiamo davvero diventare più autonomi dal punto di vista energetico?
Possiamo ridurre la dipendenza, ma non possiamo essere completamente isolati. Tuttavia, con collaborazione internazionale, tecnologia e investimenti mirati, possiamo gestire le risorse in modo più sostenibile e sicuro, evitando crisi energetiche e dipendenze rischiose.



