Purtroppo, questi sono anni calamitosi, nei quali più di qualche potenza e gruppo armato sono animati...
Editoriali: Segnati dalla morte
Purtroppo, pochi giorni prima, nella festa di Tutti i Santi, siamo stati turbati anche dalla morte improvvisa, a soli 54 anni, di don Davide Schiavon, direttore della Caritas tarvisina e, per un breve periodo, anche collaboratore del nostro giornale. Una vita spesa per i poveri e gli ultimi che lascia un grande vuoto nella comunità ecclesiale e civile. La sua opera instancabile, insieme a quella di tanti collaboratori, si è lentamente imposta come un segno profetico in una società arroccata nella difesa dei propri interessi e vittima di ancestrali paure e che, per questo, spesso invece di integrare, emargina e crea inumane sacche di povertà e di solitudine.
A questi è doveroso aggiungere anche la morte di altre due persone, a noi molto vicine e assai significative per le nostre comunità: mons. Lino Cusinato, tra l’altro dal 1979 al 1987 vicedirettore e poi direttore di “La vita del popolo”, “maestro e padre” di tanti giovani e adulti. E poi da quella un po’ prematura dell’amico Gigi Zoccarato, un laico che è sempre stato impegnato, sino alla fine, sul fronte ecclesiale, politico e sociale.
Il Signore saprà certamente consolare i familiari e i tanti amici e persone che essi hanno incontrato nella loro breve o lunga vita, e riconoscerà nel suo giudizio misericordioso il tanto bene che hanno fatto. A noi, che li abbiamo conosciuti, frequentati e amati, non resta che pregare per la loro anima e, per quanto ci è possibile, fare tesoro della loro testimonianza e di quanto hanno seminato. Ma anche di meditare sul mistero della vita e della morte, che possiamo definire nostra “compagna di viaggio” e che si porta via persone di qualunque età e condizione sociale.
Come l’erba e il fiore del campo
Di fronte al mistero della morte, non possiamo evitare di fare nostre le parole della Scrittura: “Ogni uomo è come l'erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Is 49,6-8).
Purtroppo, a meno che uno non sia stato segnato da gravi malattie o invalidità, spesso dimentichiamo che la vita è, “per sua natura”, fragile e precaria; è votata alla morte, che poi è l’unica realtà che tutti ci accomuna, ricchi e poveri. Pur sapendo che nessuno, per quanto si dia da fare e per quanti soldi o potere abbia accumulato, può aggiungere un'ora sola alla sua vita (Mt 6,27), tuttavia continuiamo spesso a vivere e a operare come se fossimo immuni dalla morte, come se essa riguardasse sempre e solo gli altri.
Questa situazione esistenziale di fragilità e di finitudine dovrebbe farci essere più umili e meno superficiali. Una cultura e una mentalità vitalistica ed edonistica che lentamente ci fanno perdere il contatto con la realtà personale e sociale, ingenerano ulteriori fragilità e precludono la possibilità di elaborare un autentico senso della vita. Questo può essere comprensibile in un giovane che si sta aprendo alla vita e al futuro e si sente depositario di energie illimitate. Purtroppo, una deriva vitalistica e un certo senso di onnipotenza prendono sempre più anche gli adulti, che hanno responsabilità familiari, sociali e religiose. Pure i governanti di questo mondo i quali, a volte, con le loro scelte e azioni politiche sconsiderate, aggiungono alle sofferenze e alla connaturale precarietà dell’esistenza umana, altre sofferenze e tanta morte, come sta avvenendo in molte guerre disseminate nel mondo, in particolare in Ucraina e in Israele-Palestina.
La rimozione della morte
Da diverso tempo si è imposto un processo di rimozione della morte e della sua privatizzazione, persino cercando di renderla “bella” attraverso un “restauro” del corpo e del volto, in modo che essa non arrechi troppo disturbo e turbamento. Più che aiutare ad assumere il senso della morte e a convivere “costruttivamente” con essa, ci si industria, piuttosto, dopo il tragico evento, nell’aiutare a “elaborare il lutto”.
Sono tutti tentativi che tradiscono l’istinto umano di voler esorcizzare e celare la morte; modesti artifizi per addolcire l’impatto con il dramma e il conseguente sconforto. Di contro, però, i media ci scaraventano addosso senza nessun ritegno immagini e scenari di morte e di violenza. Siamo una società che vive nei confronti della morte una deleteria schizofrenia.
Oggi, alcuni antropologi sostengono che negli ultimi decenni le religioni, per una certa povertà e latitanza spirituale e per i condizionamenti culturali (non ultimo quello del linguaggio) non aiutino più gli uomini, come avveniva nel passato, ad assumere la morte e la precarietà dell’esistenza collocandole in un orizzonte di significati.
In effetti, è alquanto difficile trovare un senso alla vita e alla morte al di fuori di un cammino di fede. Per questo, come Chiesa, ritengo che non possiamo mai rinunciare né essere titubanti, seppur in mezzo a tante difficoltà culturali, nell’annunciare con parresìa il Vangelo della speranza nella risurrezione e nella vita eterna.



