Scuola e violenza
Sul piano educativo ci si trova, spesso, disarmati perché se la violenza minorile sta...
La protesta della comunità serba nei tre comuni di Zvecan, Zubin Potok e Leposavic, nel nord del Kosovo, contro l’entrata in carica dei nuovi sindaci si è trasformata in una guerriglia.
La protesta della comunità serba nei tre comuni di Zvecan, Zubin Potok e Leposavic, nel nord del Kosovo, contro l’entrata in carica dei nuovi sindaci si è trasformata in una guerriglia. I nazionalisti serbi della frangia più estrema - e tifosi del presidente russo Vladimir Putin - volevano impedire la cerimonia di insediamento di un sindaco di etnia albanese a Zevcan, un piccolo paese nel nord del Kosovo a pochi chilometri dal confine serbo, e nelle cariche in piazza hanno ferito 41 soldati della Kfor, la forza Nato di interposizione, e tra loro anche 14 soldati italiani.
Ci troviamo a 45 km da Pristina, in uno dei 4 Comuni dove il 23 aprile scorso si sono svolte le elezioni amministrative, boicottate dalla maggioranza serba locale, che ora non vuole riconoscere il risultato del voto e vuole impedire l’insediamento dei sindaci di etnia albanese. La tensione resta alta, perché Belgrado continua a mandare truppe al confine tra Serbia e Kosovo, alzando il livello di allerta nella regione.
Il Kosovo, ex provincia serba a maggioranza albanese, ha dichiarato l’indipendenza nel 2008; Belgrado si rifiuta di riconoscerla (come Russia e Cina), ma lo hanno fatto un centinaio di Paesi, tra cui gli Stati Uniti e la maggior parte degli Stati Ue. Stati Uniti e Unione europea hanno intensificato gli sforzi per aiutare a risolvere la disputa tra i due Paesi balcanici, temendo un’ulteriore instabilità in Europa, in concomitanza con il conflitto in Ucraina.