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Attacco a Kabul, 80 vittime. Il cordoglio del Papa
80 le vittime e più di 300 i feriti dell'attentato terroristico di questa mattina a Kabul. Il pontefice esprime le sue più "sentite condoglianze", mentre una fonte di AsiaNews affida la responsabilità agli occidentali.
Dopo l’attentato avvenuto questa mattina a Kabul, precisamente a Zanbaq Square dove si trovano diverse ambasciate, che ha provocato oltre 80 vittime e più di 300 feriti, papa Francesco ha espresso le sue “sentite condoglianze”. In un telegramma inviato dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, all’ambasciatore dell’Afghanistan in Italia, il Pontefice parla di “abominevole attacco” e “di brutale atto di violenza”. “Sua Santità – si legge nel testo – raccomanda le anime delle vittime alla misericordia dell’Onnipotente e assicura al popolo afghano le sue continue preghiere per la pace”.
Una fonte di AsiaNews commenta l’attacco: “La responsabilità dell’occidente è di non aver creato una situazione sia militare che politica tale da poter contrastare i talebani”.
La permanenza di 13.400 militari stranieri “non solo non ha diminuito la forza e l’arroganza dei talebani, ma mi sembra che l’abbia aumentata”. Ben diversa la storia della Chiesa che è “presenza del silenzio creativo dell’amore di Dio”.
Questo attentato mette in evidenza la preparazione inadeguata dell’esercito: “Sono aumentate le vittime fra i civili, anche rispetto al 2015. Questo significa una mancanza di adeguata preparazione data all’esercito e alla polizia da parte nostra”. La fonte denuncia le decine di persone uccise questo mese, compresa una cooperante tedesca, e il rapimento di una sua collega finlandese. “Si è anche discusso sulla cattiva qualità del materiale bellico fornito all’esercito afghano. E chi l’ha fornito? Lo hanno fornito gli occidentali”.
Non solo l’esercito, ma anche “il sistema politico e burocratico che l’occidente avrebbe dovuto preparare con maggiore serietà”. In particolare, “tutto quello che è base di una democrazia: scuole, formazione, ospedali, strade, lavoro. Quanti di questi punti sono stati realizzati o arricchiti è difficile dirlo, ma certo pochi”.
“Uno spiraglio di pace si potrà avere solo quando le forze militari straniere lasceranno il Paese. È un mio parere, per quanto confermato dai fatti della storia, ma fino ad allora i talebani non siederanno al tavolo della pace”.
Il 6 giugno è previsto a Kabul un incontro di 21 Paesi per discutere di pace su invito del governo afghano. Fra di essi, i Paesi dell'Asia centrale, Arabia Saudita, Stati Uniti, Iran, Pakistan, India, Cina e Norvegia. “Bisogna vedere con quale spirito parteciperanno, che tipo di aiuto questi Paesi vogliono dare al progresso dell’Afghanistan, che non può essere solo economico. Occorre un progresso culturale, sanitario e sociale”.
Intanto, la maggior parte della popolazione apprezza la presenza di occidentali non legati all’esercito, come le Ong: “La tradizione afghana ha avuto sempre rispetto per lo straniero che non fa proselitismo, è lì per lavorare, per far del bene al Paese”.
Nei Paesi occidentali, si dovrebbe prestare “interesse per queste aree dove non c’è pace. C’è stato anche un momento in cui l’Europa rimandava indietro gli afghani perché ‘non c’è guerra’. Allora, o dall’Afghanistan ci trasmettono notizie inventate per fare la ‘figura dei martiri’ o quello che si trasmette è vero. Come si può dire che questa terra sia un Paese di pace?”.
La fonte di AsiaNews ricorda “la presenza della Chiesa” che è “la presenza del silenzio creativo dell’amore di Dio. Si fa del bene in silenzio. È un silenzio pieno d’amore. [Essa è] operativa, silenziosa, ma piena dell’amore di Dio che è la fonte principale del suo essere lì, sia religiosi che credenti. Sia pure molto piccola, la comunità internazionale dei credenti è proprio questa presenza silenziosa e creativa dell’amore di Dio”.



