giovedì, 02 aprile 2026
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Gaza, tra le rovine la luce della musica

La storia di Ahmed Muin Abu Amsha, che ogni giorno suona con i ragazzi. Ha insegnato ai bambini a usare il ronzio dei droni come accompagnamento e simbolo di resistenza

Da uno dei coffee-shop di Deir Al-Balah, nella parte ad ovest di Gaza City sul lungomare, abbiamo raggiunto in videochiamata Ahmed Muin Abu Amsha, 45 anni, sposato con 5 figli. È un pomeriggio primaverile soleggiato di fine marzo, e Ahmed ci va vedere con il cellulare la riva del mare e l’immenso accampamento di tende che brulicano attorno. Più in là, in lontananza, alcuni edifici sventrati, e poi macerie, e ancora macerie.

Solo qualche giorno fa, piogge intense e temporali hanno messo in grave difficoltà proprio questa zona ventosa, a causa della struttura precaria delle tende. Il “cessate il fuoco” è fragile, ogni blocco dei camion con gli aiuti può riportare la fame. Lo smarrimento tra la gente è forte, ogni dichiarazione dei leader internazionali pesa come una sentenza sul futuro di Gaza.

Eppure, in mezzo alle rovine, c’è ancora la speranza. La vita in qualche modo continua, grazie anche alle lezioni di musica di Ahmed, che ogni giorno sceglie di restare, di lottare per la dignità di ogni vita umana. Tra tende adibite a luoghi di ritrovo e spiazzi sulla sabbia come sale prove un centinaio di bambini e adolescenti seguono le sue lezioni, il tentativo quotidiano - e disperato - di restituire un’illusione di normalità a bambini innocenti. “È questo il senso della mia presenza qui, in questi gironi danteschi di violenza: è la ragione per cui ho trovato la gioia di vivere... La chitarra è diventata motivo di vita e attraverso la musica con i bambini sfollati fare ‘terapia’ per la loro crescita”.

Dopo essersi immersi con lo shooting panoramico a 360° per alcuni minuti nella quotidianità in quest’angolo di Gaza con un brulicare di bambini che si rincorrono, la conversazione, poi, si compie all’interno di una delle tende, che è stata allestita anche come stazione di ricarica per cellulari, alimentata con pannelli fotovoltaici, e punto di ritrovo per collegarsi con familiari e amici in giro per il mondo.

Una storia di speranza

Ahmed, durante la guerra, è stato sfollato con la sua famiglia 15 volte, da sud a nord, coltivando il suo sogno di insegnare musica. Si è fatto conoscere durante i due anni di assedio, per aver trasformato il ronzio assordante dei droni in una canzone palestinese che onora le vittime e racconta le sofferenze palestinesi. Con il suo gruppo di studenti, ha condiviso dei video sul suo account Instagram. Ahmed, ingegnere del suono e musicista, insegnava al Conservatorio di musica Edward Said prima del 7 ottobre. La guerra aveva preso il sopravvento sulla musica, dopo essere stato sfollato molte volte, quando un giorno un amico gli ha dato in mano una chitarra, che ha suonato nel campo dove alloggiava, e molti dei ragazzi presenti si sono radunati attorno. Da quel giorno, la sua vita è cambiata.

Le parole non bastano per raccontare. “A Gaza non c’è scampo dalla realtà della guerra - ci dice Ahmed - anche se dal cessate il fuoco di fine gennaio il nostro futuro è ancora sospeso”. E aggiunge se “prima ogni giorno cadevano ordigni che sventravano edifici e colpivano persone disperate che cercavano di sfuggire al fuoco nemico nei punti di distribuzione degli alimenti, oggi i viveri arrivano col contagocce, manca spesso la corrente, attorno abbiamo tonnellate e tonnellate di macerie”.

Dopo una prima conoscenza reciproca chiedo ad Ahmed di farci una istantanea di come si vive nella Striscia, dove i riflettori internazionali sembrano essersi spenti. “Non è facile spiegare a parole come qui si vive. Siamo ancora nelle tende a cercare cibo, a trasportare acqua in taniche. Le nostre case di mattoni sono state distrutte dalle bombe. Le nostre tende si stanno consumando dal caldo del sole e dalla pioggia. Non ci restano che queste per ripararci e dove poter sopravvivere. Durante l’inverno c’è chi non ce l’ha fatta ed è morto di ipotermia”.

C’è molta incertezza tra i gazawi sul proprio futuro, ma forse un po’ di meno pressione si respira ci confida Ahmed. Gli scontri sono diminuiti anche se nessuno può sapere dove potrebbe incontrare la morte: al mercato, tra le rovine delle case, nel lungomare. Amaramente ci dice che “la situazione forse è un po’ migliorata per effetto della guerra in Iran e della pressione sul Libano, avendo dovuto spostare soldati e mezzi in un’altra direzione. Forse se la guerra in Iran finisse, ricomincerebbero a bombardarci!”

Gaza non è più al centro delle notizie

“Siamo bloccati... non è facile trovare cibo in questo momento. E l’acqua non è sufficiente per tutti i campi. L’energia elettrica va a singhiozzo. Tutto questo è un grosso problema. La realtà è che siamo bloccati nel mezzo e siamo in balia dell’ingresso o meno degli aiuti dall’estero”. Ahmed ci racconta che “dopo la seconda fase dei negoziati e la costituzione del «Board of peace», proposto da Trump, qui tutto si è fermato. Niente si muove. (breve pausa) Continuiamo ad essere ancora sospesi... Siamo ancora fuori dalle nostre case, non sappiamo quando torneremo nella parte a nord ora occupata dall’esercito israeliano”.

Gli chiediamo se è effettivo il cessate il fuoco più di due mesi dopo il 19 gennaio 2026. Senza esitazione ci dice che la narrazione che ci viene fatta, attraverso il controllo delle informazioni eseguito da Israele, non è reale. “Si continua a morire per gli spari di artiglieria o gli ordini sganciati dai droni. Ciò che è cambiato rispetto a qualche mese fa è solo l’intensità!”.

Economia di sopravvivenza

La panoramica sul campo da dove ci parla Ahmed illustra una situazione complessa, legata agli effetti di una lunga guerra dove accanto alle professioni tradizionali che hanno resistito sono emersi nuovi lavori, plasmati dalla guerra e dalla scarsità di risorse.

“Quello che è successo è che la guerra ha fatto regredire la società di decenni, riportando in auge professioni che erano praticate solo da pochissime persone, e dando vita a posti di lavoro che prima non esistevano a Gaza”, ha affermato. Nonostante tutto “questi lavori mostrano un certo grado di innovazione” seppur “intermittenti e in continuo cambiamento, plasmati dalle condizioni stesse della guerra”.

Le attività agro-pastorali sono completamente collassate da ottobre 2023 e “la gente cerca di accettare la realtà il più possibile”, adattandosi per poter sopravvivere. “Tutto è estremamente caro e il potere d’acquisto delle persone è calato drasticamente”, ha aggiunto, sottolineando il caos nei prezzi di mercato a causa della carenza di prodotti.

La spinta migratoria

La situazione economica a Gaza è peggiorata drasticamente dall’inizio della guerra, poiché la distruzione diffusa, gli sfollamenti e il collasso dei servizi essenziali hanno costretto persino i laureati qualificati ad adattarsi a lavori di fortuna con l’obiettivo di uscire dalla Striscia. I vincoli rigidi di uscita si sono un po’ allentati, ma l’apertura a singhiozzo dei valichi e soprattutto la mancanza di documenti consentono a pochi di uscire. Se ne parla troppo poco ma tra gli effetti dei bombardamenti vi sono stati anche la distruzione di uffici pubblici quali l’anagrafe e il catasto. “Molte persone cercano di uscire dalla Striscia – ci racconta Ahmed – ma non è facile ottenere l’autorizzazione ad uscire! L’unico modo per uscire è per ricongiungimento o per evacuazione”.

Una complicata ricostruzione

Concorda, Ahmed, sul fatto che il progetto di ricostruzione che Netanyahu e Trump vorrebbero attuare - anche per ripagarsi i costi della guerra - rappresenti una sorta nuova arma che giustifica il “trasferimento silenzioso” dei palestinesi da Gaza in altri Paesi del mondo. Con sarcasmo, ci dice che “sicuramente faranno del loro meglio per sradicare i palestinesi dalla loro terra...”. Poi aggiunge che pensa che “non ce la faranno mai a realizzare il loro progetto, perché noi siamo resilienti e amiamo la nostra terra”, e fa un inciso: “I popoli arabi non vogliono che ci sia la diaspora palestinese”.

Ciò che appare evidente è che gli israeliani, controllando gli accessi al cemento e all’acciaio sulla Striscia, di fatto continueranno a decidere sulla vita quotidiana a Gaza. Diversi analisti e urbanisti concordano che la ricostruzione di Gaza non è concepita per ripristinare la vita dei palestinesi, bensì per “riprogettarla”, trasformando il diritto umano fondamentale all’alloggio in uno strumento di estorsione politica e di presunto cambiamento demografico.

Ahmed ci fa anche presente - con un’espressione che si incupisce - che “a pagare la ricostruzione e i costi della guerra alla fine saranno i palestinesi attraverso il prelievo del gas che è presente davanti alle loro coste. E poi nel cosiddetto «Board of peace» non c’è posto, per i palestinesi, nel decidere il loro futuro”.

Il nuovo fronte di guerra

Guardando oltre il muro che separa Gaza dal resto del mondo, chiediamo ad Ahmed come venga percepito il nuovo fronte di guerra israelo-americano con l’Iran.

“Stiamo aspettando che succeda qualcosa... la guerra in Iran ci tiene bloccati qui. Non si muove niente. Nessuno parla di Gaza. Niente parla di Gaza. Gli Stati Uniti sono impegnati con la guerra in Iran, e ci sono molti bombardamenti in Israele. Per risposta Israele bombarda qui, ma ciò non fa notizia. È complicato. Non sappiamo cosa succederà dopo”.

Gli chiediamo cosa pensa dei bombardamenti in Iran. Premette di essere un musicista, e non un politico prima di rispondere che ogni guerra va contro la volontà di Dio. “Non credo ci sia una correlazione diretta tra quella in corso con l’Iran e quella con la Palestina. Pur non appartenendo a questo conflitto, credo che la guerra non sia uno strumento efficace per dialogare”. Poi, aggiunge: “Sono un musicista e insegno musica ai bambini che meritano una vita bella e dignitosa, come quella dei loro coetanei italiani, francesi, ecc. Per questo, credo profondamente che la follia della guerra debba essere fermata in tutto il mondo, non solo a Gaza. È necessario tornare alla vita vera.

Oltre al blocco alle attività delle agenzie dell’Onu, negli ultimi mesi anche le ong sono state messe all’angolo da Israele. Gli aiuti, quindi, scarseggiano, ora anche a causa dell’aumento del costo dei carburanti. “Un litro di diesel costa all’incirca dieci dollari - ci spiega Ahmed -. In media, attivano 5/6 camion al giorno, ma non bastano!”.

Quale domani?

“Penso che la ricostruzione di Gaza richiederà molti anni. La gente qui non vuole andarsene e molti sono disposti a compromessi per la ricostruzione”. Dopo una breve pausa, Ahmed aggiunge che “il problema di questo mondo in questo momento sia che non pensa a Gaza. La situazione rimarrà così finché non avranno finito le tante guerre con l’Iran, con il Venezuela, con Cuba, con la Groenlandia. Ci sono molti problemi in queste guerre, e le vecchie relazioni internazionali stanno scricchiolando”.

Con i droni e con i satelliti i gazawi continuano ad essere controllati in ogni loro movimento. Chi entra, chi esce. Dove vivono, cosa fanno. La situazione attuale è di incertezza in una sorta di autogestione condivisa: “Non c’è un Governo, non c’è la polizia, non c’è l’Onu... non vediamo niente”.

Guardando il mondo da Gaza, molte volte “mi sono chiesto, iniziata la guerra, il perché di questa nostra situazione. Pensando ai nostri bambini, credo non sia normale crescere con il continuo ronzio dei droni, o la paura di essere colpiti da qualche bomba. A un certo punto mi sono detto che forse Gaza era al centro del mondo. Penso che la pace passi, oggi, per Gaza”.

Il sogno di Ahmed

Ahmed aggiunge che ciò “sarà un sogno per tutto il mondo” e, per questo, crede che la musica sia uno strumento per arrivare alla pace. “Con la musica esprimo i miei sentimenti. Ogni giorno e luogo della mia terra raccontano storie. Ho cercato di raccogliere diverse storie e poi utilizzando un software musicale ho cominciato a produrre canzoni. Ogni canzone contiene dei messaggi di speranza”. Sogna di tornare nella sua città natale di Beit Hanun, ma è stata rasa al suolo ed ora è occupata dall’esercito israeliano.

Parlando di sé, ci dice che il suo “desiderio più profondo è vivere in un luogo sicuro con la mia famiglia, dove poter continuare liberamente la mia attività musicale e umanitaria. Sogno di condividere la nostra musica con il mondo, viaggiare, esibirmi ed essere una voce di bellezza da Gaza, non una voce di guerra”.

Volare in alto con la musica

“Un giorno, in piena guerra, mentre stavo cercando del cibo nel centro di Gaza City, in una zona chiamata Rimal, al mercato ho trovato solo un pezzo di pane. L’ho portato a casa e dato ai miei figli. Io e mia moglie dormivamo per la fame. Ma non riuscivo a dormire. Dopo un po’ ho preso la chitarra e ho composto la canzone dal titolo «Who is listening»”.

Ahmed mi invita ad ascoltarla. È una canzone bellissima. La particolarità di questo brano è che Ahmed ha insegnato ai bambini a usare il ronzio incessante dei droni militari (chiamati in arabo zannana) come se fosse una nota di accompagnamento musicale (un drone armonico, appunto). Ahmed ha chiesto ai bambini di individuare la frequenza del ronzio, e di intonare le loro voci su quella nota, trasformando un suono di guerra in una base per il canto. Il rumore incessante come una minaccia è diventato simbolo della resistenza e di sognare un futuro migliore.

Con tono rassicurante ci dice che la musica è la migliore medicina per curare le ferite della guerra. La conversazione è molto coinvolgente ma cominciano i problemi di connessione. E, allora, Ahmed ci ricorda che da noi in Italia tra qualche giorno si festeggia la Pasqua. Per formularci gli auguri da Gaza prende la chitarra e ci intona la sua versione musicale di “Bella ciao”, con i versi che raccontano la vita sotto l’assedio, il dolore per la terra perduta e la speranza di tornare in una casa fatta di mattoni.

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