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Groviglio nigeriano

Attentati e sequestri la fanno da padroni. I missili lanciati dagli Usa non migliorano una situazione complessa

Un mosaico complesso, quello del più popoloso Paese africano, dove, tra il 25 e il 26 dicembre scorsi, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha deciso di intervenire con i missili.

La situazione in Nigeria è complessa, per una lunga serie di ragioni. Nel nord del Paese agiscono almeno 5 gruppi di ispirazione jihadista, eredi di al-Qaeda e associati in varie forme al Califfato, dopo essersi staccati da Boko Haram. Questi gruppi in conflitto tra loro hanno portato il caos nelle regioni nord-orientali per oltre un decennio, uccidendo migliaia di persone, la maggior parte delle quali musulmane, secondo Acled, un centro studi che analizza la violenza politica in tutto il mondo. In più, si registrano conflitti di natura etnica ed economica tra clan di agricoltori, spesso cristiani, e clan di allevatori, per lo più musulmani, per l’accesso all’acqua e ai pascoli. Un intreccio difficile da sbrogliare, e costellato da attentati suicidi in serie, ai quali si aggiunge la piaga dei sequestri di massa. Questi ultimi sono anche fonte di finanziamento per i vari gruppi esistenti.

Le vittime di questa violenza sono in gran parte comunità agricole, i cui mezzi di sussistenza sono stati distrutti da incessanti attacchi da parte principalmente di gruppi armati di pastori.

Ciò che è iniziato come una disputa per l’accesso alle risorse terrestri e idriche si è trasformato in un crescendo di violenza su larga scala, alimentata dalle pressioni climatiche, dalla rapida crescita demografica, dalle tensioni etnico-religiose e, soprattutto, dal fallimento dello Stato.

Attacco Usa dai confini ancora incerti

Su quanto sta accadendo nel Paese più popoloso d’Africa, con quasi 240 milioni di abitanti, suddivisi in 250 etnie, abbiamo parlato con Joe Keshi, già ambasciatore per la Nigeria negli Stati Uniti, e funzionario di lungo corso.

La prima questione che gli poniamo riguarda la pioggia di missili statunitensi - questa è la narrazione delle agenzie di stampa internazionali - che si è abbattuta a Natale sul nord-ovest della Nigeria, colpendo basi e postazioni riconducibili all’Isis. “Non sappiamo ancora come è andata - spiega -. Io, come milioni di nigeriani mi sono svegliato il giorno di Natale per ascoltare le notizie che provenivano dall’area di Sokoto, dove gli Stati Uniti sostengono di aver colpito un numero di postazioni dell’Isis”.

La lettura proposta da Trump, che parla di una presunta campagna di sterminio contro i cristiani nigeriani, condotta su base religiosa, appare, tuttavia, priva di riscontri concreti, così come la narrazione dell’attacco di Natale, che vuole siano state uccise decine di terroristi che minacciavano i cristiani. Il Governo di Abuja, pur confermando che si è trattato di un’operazione congiunta, ha chiarito fin da subito, però, che l’obiettivo era il contrasto al terrorismo e che l’azione “non ha a che fare con una particolare religione”.

Finora non ci sono dati ufficiali sul numero e l’identità delle vittime. Non si sa se siano stati colpiti dei civili: nessuno ha affrontato il tema delle vittime collaterali, ma, se è vero che l’obiettivo erano i rifugi jihadisti, è possibile che, tra le vittime, vi siano alcuni dei loro ostaggi, gente rapita nei campi per estorcere riscatti di qualche migliaio di dollari.

Intervento militare strumento inadeguato

La mancanza di sicurezza e la profonda crisi strutturale di un Paese cresciuto troppo in fretta e dalle forti disuguaglianze non può essere affrontata con l’intervento militare straniero, che non fa che confermare i fallimenti di governance.

Keshi ci conferma che nelle continue tensioni interne tra le varie etnie la religione sia, oggi, uno dei fattori di crisi. Aggiunge che “quando sono iniziate, anni addietro, non pensavo che il fattore religioso potesse essere un comburente. All’inizio, gli scontri sono nati come movimento di opposizione al Governo in carica, come protesta contro le crescenti ingiustizie, la povertà, la mancanza di opportunità”.

Successivamente, “nel contesto nigeriano, in particolare nelle zone agricole, a maggioranza musulmana, di Sokoto e Zanfara, i terroristi islamici si sono radicati, dato che il Paese è così grande che in molte di queste zone non c’è la presenza dello Stato, ma vi sono importanti riserve energetiche e di minerali. Lo sfruttamento di queste ricchezze hanno contribuito all’escalation delle tensioni interne, con un sempre maggior impiego di armi. Il paradosso di questa situazione è che il Presidente in carica è musulmano e viene dal nord; ed è proprio nel nord della Nigeria che c’è il centro di tutte le attività terroristiche del Paese”.

Stato assente in molte zone

Accanto alla minaccia jihadista, il nord della Nigeria è attraversato, infatti, da una grave ondata di banditismo armato e rapimenti di massa, che negli ultimi mesi ha colpito villaggi, scuole e arterie stradali. Incalziamo il nostro esperto ponendogli la questione dell’assenza del Governo di Abuja in molte aree del Paese. “Penso - ci risponde l’ex ambasciatore - che tante cose siano andate male nelle operazioni militari condotte dal Governo, per cercare di risolvere l’insicurezza in molte parti del nord del Nigeria. Sta di fatto che questa parte vede la presenza di terroristi islamici e attività di banditismo, rispetto alle quali né i musulmani né i cristiani sono risparmiati dalle violenze. Hanno attaccato moschee, così come le chiese cristiane”.

Sul tema dei diritti umani, “la maggior parte di ciò che è successo negli ultimi 15 anni - ci dice Keshi - è dovuto alla mancanza di giustizia e ai problemi di corruzione”.

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