Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, papa Leone XIV invita ad ascoltare e a digiunare. Anzitutto...
Haiti, l’isola che non c’è
Haiti, più che metà della seconda isola più estesa delle Antille (Hispaniola, che comprende anche la Repubblica Dominicana), continua a vivere il retaggio predatorio del saccheggio francese di due secoli fa e degli interessi geopolitici americani del secolo scorso, con la quasi ventennale occupazione (1915-1934). Prima terra che Colombo toccò nel suo viaggio verso le “Indie” si è andata a caratterizzare per la sua posizione geografica ad essere preda coloniale e transito di commerci illegali. Considerato il Paese più povero dell’emisfero occidentale, da tempo vive una delle crisi umanitarie più gravi e dimenticate del nostro tempo. Lo stato non c’è più, le gang controllano la capitale, la miseria riguarda la maggior parte della popolazione che lotta contro alloggi inadeguati, scarsità di cibo e servizi sanitari insufficienti. Abbiamo intervistato la rappresentante residente dell’Unicef ad Haiti, Geeta Narayan, per conoscere da vicino la situazione nel Paese.
Qual è l’aspetto oggi più drammatico della crisi umanitaria ad Haiti?
L’aspetto più drammatico della crisi umanitaria ad Haiti oggi è la portata e la velocità del suo deterioramento, unite all’indebolimento dei sistemi essenziali di protezione dei civili. Anche la situazione dei bambini ad Haiti ha raggiunto un punto di svolta critico. Solo lo scorso anno, quasi 6 mila persone sono state uccise dalla violenza armata, tra cui 145 bambini. Oltre 6,4 milioni di persone sono in stato di bisogno e devono fare affidamento sull’assistenza umanitaria per sopravvivere, tra cui 2,6 milioni di bambini. Oltre 1,4 milioni di persone sono state sfollate a causa della violenza, di cui più della metà sono bambini. Circa 1,2 milioni di bambini sotto i 5 anni sono colpiti dall’insicurezza alimentare (fase 3 e 4) e a livello nazionale solo l’11% delle strutture sanitarie con assistenza ospedaliera rimane pienamente operativo. E non finisce qui: nel 2024 le Nazioni Unite hanno verificato 2.269 gravi violazioni contro i bambini, e forse il dato più preoccupante è l’aumento di circa il 200% del reclutamento di bambini da parte di gruppi armati registrato nell’ultimo anno (2025). Non si tratta semplicemente di un’emergenza umanitaria; è una crisi fondamentale per la protezione dell’infanzia.
A causa delle continue violenze sono aumentati lo scorso anno il numero dei campi profughi. A subire le conseguenze delle violenze e degli sfollamenti sono soprattutto i bambini. Quali ne sono le ragioni?
L’aumento dei campi profughi interni riflette l’escalation della violenza che ha costretto le famiglie a fuggire senza preavviso. I bambini sono colpiti in modo sproporzionato perché dipendono da sistemi stabili di protezione, salute e istruzione in un periodo critico della loro vita. Oggi, ad Haiti, ci sono più di 741 mila bambini sfollati interni. I campi sovraffollati spesso non dispongono di acqua, servizi igienici, illuminazione e spazi a misura di bambino adeguati, aumentando il rischio di malattie, sfruttamento, separazione familiare e reclutamento da parte di gruppi armati. L’Unicef e i suoi partner stanno intervenendo nei campi per sfollati interni, per ridurre questi rischi, attraverso una risposta integrata e salvavita. Ad esempio, abbiamo ampliato l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, tra cui il trasporto di acqua, la bonifica dei pozzi, l’installazione di latrine e di strutture per il lavaggio delle mani e la promozione dell’igiene per prevenire epidemie. Sosteniamo cliniche mobili e campagne di vaccinazione essenziali, nonché screening e trattamenti per la malnutrizione, per garantire che bambini e donne incinte possano accedere alle cure di base. Per affrontare i rischi legati alla protezione, l’Unicef ha istituito spazi a misura di bambino nei siti di sfollati interni, dove i bambini ricevono supporto psicosociale, attività strutturate e assistenza per le vittime di violenza. Collaboriamo con i nostri partner, per prevenire e rispondere alla violenza di genere, includendo percorsi di orientamento sicuri e servizi di supporto per donne e ragazze. Con diverse scuole trasformate in rifugi, l’Unicef ha predisposto spazi di apprendimento temporanei e supporto per il reinserimento scolastico.
I minori sono anche preda delle bande armate con cui si uniscono pur di sopravvivere?
Purtroppo, sì. I gruppi armati prendono sempre più di mira i bambini ad Haiti, sfruttandone la vulnerabilità. L’Unicef stima che il reclutamento di minori sia aumentato di circa tre volte nel 2025 rispetto al 2024. Violenza, sfollamenti, chiusura delle scuole, povertà e servizi indeboliti lasciano molti bambini esposti, e i gruppi armati possono offrire una pericolosa illusione di protezione, cibo, denaro o appartenenza per sopravvivere. I bambini associati ai gruppi armati sono vittime di gravi violazioni dei diritti, spesso forzati o manipolati. Prevenire il reclutamento richiede più che semplici misure di sicurezza. Significa mantenere i bambini a scuola e nell’apprendimento, rafforzare la protezione dell’infanzia e il sostegno alle famiglie, ampliare i servizi sicuri per gli adolescenti e garantire un reinserimento sicuro per i bambini che lasciano i gruppi armati. Attraverso il programma “Prejeunes”, l’Unicef, in collaborazione Governo locale, fornisce servizi di protezione specializzati, tra cui supporto psicosociale e gestione dei casi, supporto educativo e spazi di apprendimento temporanei, segnalazioni di casi di salute e protezione, ricerca e ricongiungimento familiare in condizioni di sicurezza, e prevenzione del reclutamento e reinserimento dei bambini che hanno abbandonato i gruppi armati. L’Unicef sta, inoltre, rafforzando i sistemi nazionali di protezione dell’infanzia, attraverso il programma Prejeunes, garantendo che l’investimento attuale in questo gruppo di bambini altamente vulnerabile sia anche un modo per investire nella prevenzione del futuro sfruttamento dei bambini. Il programma include l’istituzione di centri giovanili, per supportare i giovani a rischio con informazioni e sviluppo di competenze per impedire loro di unirsi ai gruppi armati, nonché centri per accogliere i bambini che abbandonano i gruppi armati e favorirne l’eventuale reinserimento.
Sempre più haitiani decidono di lasciare il proprio Paese: c’è un futuro per chi rimane o l’emigrazione è l’unica via di salvezza?
Molti haitiani se ne vanno, perché l’insicurezza, il deterioramento economico e l’accesso limitato ai servizi hanno eroso la fiducia nel presente. Ma il futuro di Haiti dipende dal ripristino della sicurezza, dalla ricostruzione dei servizi essenziali e dall’investimento nei bambini e nei giovani. Quando i bambini possono frequentare la scuola in sicurezza, accedere all’assistenza sanitaria e vedere prospettive economiche sostenibili, la speranza diventa tangibile. La solidarietà internazionale rimane fondamentale, insieme alla leadership nazionale e alla resilienza della comunità. Gli haitiani hanno ripetutamente dimostrato forza e impegno per il loro Paese.
C’è, quindi, speranza per il futuro dell’isola?
C’è sempre speranza quando si tratta di un futuro migliore per i bambini. Oggi, ad Haiti, stiamo assistendo a un forte impegno nazionale, sostenuto dall’impegno della comunità internazionale, per ripristinare la sicurezza e ricostruire i servizi essenziali, soprattutto per i bambini, che sono stati così duramente colpiti dalla crisi e dalla violenza in corso. Haiti è un Paese giovane con un enorme potenziale. Il fondamento più credibile per la speranza e la stabilità a lungo termine è proteggere i bambini oggi e investire nel loro futuro, fornendo istruzione, protezione, salute e percorsi, affinché i giovani sviluppino competenze e mezzi di sussistenza, in modo che possano diventare membri costruttivi e impegnati delle loro comunità e, in seguito, i leader per un futuro più prospero di Haiti.



