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Il grande disordine e la lotta degli imperi

La situazione globale secondo il prof. Pejman Abdolmohammadi. L’intervento al Giavera festival
05/03/2026

Il canto a cappella di cinque ragazze friulane, ad accompagnare un giovane artista palestinese nel suo dipingere: inizia così la serata organizzata da Giavera festival, il 27 febbraio scorso, a villa Wassermann di Giavera del Montello, un viaggio impervio sul tema “Il disordine globale, dove va il mondo”. Ironia della sorte, che sorte non è, qualche ora più tardi Usa e Israele sferrano l’attacco all’Iran. In una sala al completo, Pejman Abdolmohammadi Bijan, docente italo - iraniano all’Università di Trento e alla Berkeley, ricercatore alla Lse di Londra, esperto di Medio Oriente e di politica iraniana in particolare, collaboratore di The Economist, espone la propria visione. Accanto a lui don Bruno Baratto, direttore della Caritas tarvisina.

Oggi, afferma lo studioso, stiamo vivendo un momento di transizione del potere, e non possiamo pensare che il gioco delle relazioni internazionali non sia determinato da questo. Per un periodo, ci siamo illusi di poter gestire il tutto soltanto con gli ideali, e qui entra la questione delle Nazioni Unite che nascono per armonizzare la relazione tra gli Stati e per la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo: l’Onu, bisogna dirlo chiaro, ha la responsabilità di un sistema non virtuoso che ha portato alla polarizzazione diritto - forza: se il diritto non funziona, la forza lo sostituisce. Non la manda a dire il professor Abdolmohammadi che rafforza la sua visione con un esempio: dopo che l’Iran ha massacrato 40.000 persone, le Nazioni Unite hanno nominato la Repubblica Islamica vice presidente della Commissione per i diritti umani. “A New York dovrebbero chiudere le saracinesche soltanto per questo”, per una gestione che umilia il diritto e apre la porta al principio di forza, radice dello scontro tra Stati Uniti e Cina: i primi non vogliono perdere l’egemonia mondiale, i cinesi, non paghi di essere un attore economico globale, hanno la brama di diventare, entro il 2047, il numero uno della partita. Abbastanza semplice, eppure complicato, perché in questa grande guerra - come aveva detto anche papa Francesco definendola “guerra a pezzi”- assistiamo a scontri in diverse zone di influenza nel mondo, come il Medio Oriente, il Pacifico e l’Antartide. Oggi, infatti, la geopolitica non è solo giochi di relazioni internazionali, ma riguarda anche logistica e trasporti, che rendono centrali aree strategiche, come il Medio Oriente, il canale di Suez: “guerra a pezzi”, un uragano che si fermerà soltanto con un riequilibrio di potenza. Ecco spiegata la cosiddetta Via del cotone, chiamata Imec (India-Middle East-Europe economic corridor), un percorso che parte da Mumbai, il principale centro finanziario indiano, arriva fino a Trieste attraverso il Medio Oriente, collegando l’India all’Europa: un grande progetto per bilanciare l’influenza commerciale della Via della seta, cinese.

L’India, dunque, non sta a guardare, si allea con l’America di Biden, lancia la Via del cotone, rinvigorita, poi, da Trump, un corridoio che nel Golfo Persico, in questo momento, interessa gli Emirati e l’Arabia Saudita, ma in futuro è probabile che anche l’Iran entri nella partita; c’è, poi, in Israele il porto di Haifa, testa di ponte sul Mediterraneo. Questa rete di infrastrutture energetiche, logistiche e digitali, se realizzata, trasformerebbe la zona da “piattaforma instabile” a “centrale di produzione, transito ed interconnessione”. I giovani del Medio Oriente si stanno muovendo in un lento processo di maturazione politica e di libertà, favorito indirettamente dal conflitto Usa-Cina, e che potrà realizzarsi soltanto con la sconfitta del totalitarismo cinese: questa la prospettiva secondo il relatore.

Per ora, siamo nel disordine, e per ripartire c’è anche la partita delle alleanze con l’Europa orientale, ma il problema essenziale resta l’equilibrio di potenza non facilmente risolvibile se non con atti di forza. Si spera che non sia una Guerra mondiale strutturata: la resa dei conti tra i due “imperi” è prevista più in là nel tempo, entro la metà di questo secolo, uno scontro economico e geopolitico, senza poter escludere un confronto armato.

Dall’altra parte, c’è la Russia con una forza militare rilevante, una economica molto bassa, un ruolo indebolito, anche a seguito della stagnazione in Ucraina, e quindi ricattabile da Cina e Usa.

E l’Ue? Inefficiente e inefficace, sia in politica estera che nella difesa. Alcide De Gasperi, uno dei suoi fondatori, proponeva una difesa comune. Del resto non possiamo pensare di entrare senza muscoli nel sistema: i muscoli servono, poi se non si usano è meglio, ma non si può essere idealisti e “pensare solo agli uccelli”, afferma Abdolmohammadi. Nel gioco delle relazioni internazionali la forza è basilare, quanto una maturità tale da non usarla: un esercito Ue e una politica estera comune permetteranno all’Europa di entrare con potere nella grande partita dalla quale, per ora, è fuori, in difficoltà, anche se sembra muoversi un po’ più velocemente per le frustate di Washington. Del resto, afferma il professore, l’Ue ha concesso troppo spazio agli autoritarismi e ai totalitarismi: nel volere diventare “il nuovo pastore” che impone ai cittadini con insistenza quello che devono fare, suscita le reazioni stizzite: il fenomeno Brexit o quello Trump sono sfoghi della società, polarizzazione contro una classe dirigente che eccede anche su temi virtuosi, invece di lavorare sulla funzionalità.

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