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Iran: la guerra si espande

“Il conflitto rischia di essere lungo”, avverte il professor Giuseppe Acconcia, autore di un libro sul Paese asiatico. “Poche le possibilità di un cambio di regime dal basso. Teheran avverte una minaccia esistenziale e punta al logoramento, per trattare”
05/03/2026

Si chiama “Ruggito del leone” l’operazione militare su vasta scala che Stati Uniti e Israele hanno scatenato sul territorio iraniano nelle prime ore di sabato 28 febbraio. A differenza degli attacchi del giugno scorso, mirati alle centrali nucleari iraniane, in questo caso nel mirino ci sono Teheran e diverse altre importanti città del Paese. Il primo risultato significativo ottenuto da Trump e Netanyahu è stata l’uccisione del leader supremo della Repubblica islamica Alì Khamenei, ma il conflitto si è allargato velocemente al Libano, dove martedì 3 marzo l’esercito israeliano ha dato il via a un’azione di terra, e a tutti i Paesi della Regione, dove il regime iraniano ha colpito basi americane, oltre che ai Paesi del Golfo, sui quali sono caduti numerosi missili iraniani.

Giuseppe Acconcia insegna Storia delle relazioni internazionali all’Università Statale di Milano, dopo aver insegnato Sociologia della politica all’Università di Padova fino allo scorso anno. La sua conoscenza dell’Iran e del Medioriente, tuttavia, non è esclusivamente accademica. Il suo libro “Il grande Iran”, infatti, è frutto di dieci anni di vita e di ritorni nel Paese.

Professore, quali sono le vere ragioni di questo attacco?

Il pretesto che ha scatenato questo attacco è il report dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che ha parlato di mancanze nell’accesso alla centrale nucleare di Isfahan in Iran, il giorno prima degli attacchi. Da settimane, tuttavia, ci sono pressioni internazionali per un intervento statunitense in Iran, legato alle mobilitazioni scoppiate il 28 dicembre scorso, contro il carovita, per maggiori libertà, diritti, che ha coinvolto donne, giovani, disoccupati, attivisti, lavoratori, che si è esteso ai campus universitari, nei giorni scorsi per ricordare i morti di queste proteste. Poi, ci sono le cause reali, e queste, da un punto di vista degli Stati Uniti, avvicinano molto il caso iraniano a quello venezuelano, cioè un cambio di regime, ma soprattutto della leadership politica iraniana, per poter arrivare a un accordo sul nucleare e “fare affari”. L’Iran è uno dei Paesi più ricchi di petrolio e di gas. Dal punto di vista israeliano, si vuole un cambiamento di regime, perché per Israele l’Iran rappresenta una minaccia. Secondo la narrativa israeliana, l’Iran è dietro gli attacchi del 7 ottobre del 2023.

Quante possibilità ci sono che quella popolazione prenda in mano il proprio Paese?

La possibilità che gli iraniani scendano in piazza è molto bassa, le proteste contro il regime miravano a un cambiamento che partisse dall’interno. Invece, in questa fase, se gli iraniani scendessero in piazza, starebbero accettando o avallando i raid israeliani e statunitensi e, in realtà, solo una minoranza è felice di questi attacchi. Allora è chiaro che, da una parte, Stati Uniti e Israele spingono le masse di iraniani a scendere di nuovo in piazza, anche a fare grandi manifestazioni, a prendere le istituzioni; dall’altra, invece, noi assistiamo a grandi manifestazioni di cordoglio e di lutto per l’uccisione, nei bombardamenti, della guida suprema Alì Khamenei: si sta rafforzando l’ala che vuole mantenere in vita il sistema.

Quali effetti possono esserci su scala regionale?

L’Iran sente una minaccia esistenziale. Teme che le province curde vadano in mano turca, pensa che il Khuzestan, la regione araba, possa dichiarare la sua indipendenza. C’è la possibilità che il Mojaheddin-e Khalq, un gruppo terroristico iraniano, affermi di avere un Governo alternativo a Teheran e questo, evidentemente, significherebbe il disfacimento dello Stato. La reazione iraniana, quindi, è molto più ampia rispetto a quella del giugno scorso. I missili hanno colpito le basi statunitensi nel Golfo, c’è stato il blocco al traffico delle petroliere nello stretto di Hormuz, che sta avendo un effetto enorme sul prezzo del petrolio. L’obiettivo è quello di coinvolgere gli altri Paesi della regione, i Paesi arabi come Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, ma anche la Giordania e altri, per arrivare a una guerra di logoramento, che spinga, nel più breve tempo possibile, gli Stati Uniti a fermare i raid e arrivare a un’intesa. Dobbiamo sempre tenere a mente il modello dell’Iraq 2003: più si va avanti, più c’è il rischio di escalation.

Come sta reagendo la società iraniana?

Sicuramente gli iraniani in generale hanno una forte opposizione rispetto alle ingerenze straniere, vogliono la loro indipendenza, vogliono la loro autonomia e, quindi, non vedono di buon occhio un intervento così massiccio da parte degli Stati Uniti e di Israele, temono che questo possa avere degli effetti opposti: cioè, aggravare la repressione, e il controllo da parte del regime. Tuttavia, in questa fase, sono in grande difficoltà, sono molto divisi al loro interno per reagire in maniera univoca. Esiste una componente più di sinistra, vicina ai lavoratori o ai sindacati, che non si sente né con la Repubblica islamica né con gli attacchi israeliani statunitensi. Poi, c’è una componente più conservatrice, radicale, che ha sempre sostenuto la Repubblica islamica e, in qualche maniera, sta scendendo in piazza per ricordare Khamenei e partecipare ai suoi funerali: sarà un grande momento di unità nazionale. C’è, infine, tutta una parte di indecisi, che temono anche questa fase: sono le classi medie e medio alte, soprattutto nelle grandi città, che hanno contatti con la diaspora all’estero, alcuni di loro hanno subito arresti, anche che hanno partecipato alle manifestazioni nelle settimane scorse e attendono quale può essere il futuro di queste mobilitazioni.

Quale evoluzione si aspetta nel corso delle prossime settimane?

La guerra potrebbe durare a lungo. Sarà un conflitto di logoramento. Se così sarà, si vedrà sempre di più che non è possibile separare i due piani, cioè guerra a Gaza e guerra all’Iran. Sarà sempre più evidente come tutto questo faccia parte della strategia israeliana dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023: eliminare la Repubblica islamica per come la conosciamo. E si capirà anche che la Repubblica islamica e l’Iran sono interconnessi. Non è possibile pensare un cambiamento di regime che non implichi un’invasione di terra, la presenza di truppe sul campo, una guerra di lungo corso come è stata quella in Iraq. Ed è molto difficile che gli Stati Uniti vogliano impegnarsi da questo punto di vista. Quindi, a un certo punto, si potrà arrivare per logoramento, appunto, a un’intesa. Dovremo vedere, poi, quale nuova leadership iraniana arriverà sia attraverso l’assemblea degli esperti, che dovrà nominare una nuova guida suprema, sia a causa delle influenze che vengono esercitate dall’esterno, e quale sarà il ruolo dei militari. E, poi, occorre capire se questa nuova leadership vorrà arrivare a un’intesa per azzerare completamente il programma nucleare, come chiedono gli Stati Uniti, oppure se tutto questo porterà a un cambiamento di regime.

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