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La destra torna al potere in Cile con il liberale Piñera. Il vescovo Valenzuela (Talca) chiede che prevalga il dialogo

Il voto avvicina politicamente il Cile all’Argentina di Macri e conferma il periodo nero della Sinistra latinoamericana. Si vedrà se la tendenza proseguirà anche nel 2018, quando si voterà per le elezioni legislative e presidenziali in Brasile, Colombia, Messico e Paraguay, oltre che nel martoriato Venezuela. Interviste al Vescovo, che ha ospitato i missionari fidei donum trevigiani, e a un docente veneziano.

22/12/2017

La destra liberale torna al potere in Cile, e la svolta è un segnale per tutto il Sudamerica. Il ballottaggio di domenica scorsa ha sancito la vittoria, piuttosto netta, di Sebastián Piñera (ha ottenuto il 55,57 per cento dei voti), che torna così al palazzo della Moneda, dopo aver già guidato il paese dal 2010 al 2014. Un’affermazione che avvicina politicamente il Cile all’Argentina di Macri e conferma il periodo nero della Sinistra latinoamericana. Si vedrà se la tendenza proseguirà anche nel 2018, quando si voterà per le elezioni legislative e presidenziali in Brasile, Colombia, Messico e Paraguay, oltre che nel martoriato Venezuela. Già dopo il primo turno era parso evidente il vantaggio di Piñera (attestatosi al 36%) sul candidato socialista Alejandro Guiller, che si era fermato al 22% ed era stato insidiato fino all’ultimo dalla sorprendente Beatriz Sánchez, candidata del Frente Amplio, altra lista di sinistra sorta dai movimenti studenteschi del 2011. In teoria, una saldatura al ballottaggio tra i voti delle due sinistre avrebbe avvicinato Guiller alla vittoria. Ma in politica non sempre due più due fa quattro. E non è bastata la dichiarazione pro Guiller della stessa Sánchez, che aveva coronato un certo avvicinamento nelle ultime settimane. Così, a Guiller sono mancati oltre 600mila voti per completare la rimonta.

Promesse difficili da mantenere

La strada per Piñera non è comunque in discesa, anche perché sa già di non poter contare su una sua maggioranza in Parlamento. “Dovrà dimostrare immediatamente la sua lealtà nel mantenere le promesse, soprattutto alcune che sono state aggiunte al suo programma a causa di pressioni politiche – spiega al Sir Sergio Micco Aguayo, docente in Filosofia e Scienza della politica all’Universidad de Chile di Santiago -. È il caso dell’implementazione di sussidi gratuiti, o la creazione di un sistema pensionistico statale. Questo però dovrà essere realizzato senza spaventare gli imprenditori e il suo elettorato di riferimento. Ma se non ci riuscirà, sarà chiamato ad affrontare l’opposizione dei movimenti sociali, come accaduto nel 2011”.

Non tornano i fantasmi del passato

L’affermazione della destra in un paese come il Cile rischia sempre di evocare fantasmi del passato e la stagione della dittatura Pinochet. Tanto più che al ballottaggio sono stati probabilmente importanti per il vincitore i voti ottenuti che al primo turno erano andati a José Antonio Kast, indipendente di destra e ammiratore dichiarato dell’ex dittatore. “In occasione del primo mandato di Piñera molti erano preoccupati, erano riapparsi i fantasmi di Pinochet. Invece non è successo granché – rassicura però da Santiago del Cile il veneziano Giovanni Agostinis, docente in Relazioni internazionali all’Università Cattolica del Cile -. È probabile che accada anche stavolta, Piñera è un conservatore ma anche un liberale, ed è anche un politico furbo e accorto. Non farà stravolgimenti”. E questo vale anche per la politica estera: “Il Cile – prosegue Agostinis – ha una politica estera piuttosto stabile nel tempo, con interessi strategici persistenti, che non cambiano in caso di avvicendamenti al vertice. Ora la priorità è implementare l’Alianza del Pacifico, l’area di libero scambio che coinvolge le maggiori economie di mercato dell’America Latina – oltre al Cile Perù, Colombia e Messico – con un occhio di riguardo per i mercati asiatici”.

Mons. Valenzuela (Talca): "Avanzi cultura del dialogo e dell'incontro"

“La questione chiave in Cile, dopo le elezioni presidenziali, è che avanzi una cultura del dialogo, della ricerca di accordi e dell’incontro. C’è una certa coincidenza tra le forze politiche nell’identificare i problemi del Cile. E' possibile pensare a convergenze che mettano al primo posto i problemi e le domande dei settori di popolazione rimasti più indietro”. Lo dichiara il vescovo di Talca, mons. Horacio Valenzuela Abarca,molto conosciuto in diocesi di Treviso, poiché a Talca per decenni hanno prestato servizio i nostri missionari fidei donum. Nello scorso marzo mons. Valenzuela era stato a Treviso per ringraziare la diocesi di questo lungo servizio. Secondo mons. Valenzuela, “il Governo uscente ha lasciato avviati alcuni importanti provvedimenti per la crescita e l’equità, pensiamo ad esempio all’accesso all’educazione. Tali scelte potrebbero essere approfondite e affrontate, magari con maggiore responsabilità fiscale”. Il vescovo di Talca riconosce che “la campagna elettorale è stata dura” e che i candidati si sono squalificati a vicenda, “caricaturizzando le posizioni contrarie. Questo, a mio parere, ha impedito di discernere a fondo i temi più importanti. Alla fine, grazie a Dio, l’esercizio democratico è stato trasparente ed esemplare per il suo andamento fluido e per l’alta partecipazione di cittadini”. Quanto alle sfide che attendono il nuovo presidente, “credo che la più importante, e il motivo per cui l’elettorato lo ha scelto, sia l’attesa di una riattivazione dell’economia attualmente in letargo – aggiunge Valenzuela -. È molto auspicabile inoltre che, oltre alla crescita economica, sia possibile migliorare la distribuzione del reddito; il Cile è infatti caratterizzato da una diseguaglianza irritante. Più che povertà estrema, ci sono diseguaglianza e crescente corruzione. Un’altra grande sfida per Piñera è quella di mantenere e approfondire l’agenda, basata sui valori, in temi come la difesa della vita in ogni circostanza, il matrimonio, la visione cristiana dell’uomo”. Il vescovo di Talca, al termine della contesa elettorale, commenta anche la grande sconfitta, che si è verificata al primo turno, della Democrazia cristiana, crollata sotto il 6%: La Dc è stata la grande sconfitta di queste elezioni. Per aver contratto un cattivo ‘matrimonio’, è rimasta senza programmi e quasi senza una casa politica. Negli ultimi decenni la Dc ha avuto il problema di distinguersi dalla destra a qualunque costo. Questo ha portato il partito a mettere in secondo piano o a diluire temi legati alla propria identità, sui quali sentiva la pressione del populismo; e a stringere alleanze con settori che l’anno obbligato a rinunciare ai propri valori fondamentali. Uno dei temi sui quali la Dc ha ceduto quasi completamente è stato la difesa della vita del nascituro”.

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