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A Lourdes cercatori di una promessa di bene

In 850 da 5 diocesi hanno preso parte al pellegrinaggio triveneto. Abbiamo raccolto le testimonianze di “veterani” e di persone alla prima esperienza

E’ come se seguissero una scia luminosa che li porta lì, necessariamente. Non possono non partire, devono andare proprio là, davanti alla Grotta, a tu per tu con Maria: per chiedere, per ringraziare, per ricaricarsi per il cammino della vita, o semplicemente perché “lei sa...”. I pellegrini che partivano per Lourdes dalla stazione dei treni di Treviso, domenica 16 luglio, nonostante il caldo, avevano lo sguardo luminoso, di chi sa che c’è una promessa di speranza proprio per lui, proprio per lei.

Sono partiti in 160 con il treno bianco dell’Unitalsi, dalla stazione di Treviso (la prima in treno, dopo la pandemia) accompagnati dal vescovo Michele Tomasi, e altri 95 sono partiti il lunedì in aereo. Il pellegrinaggio quest’anno è triveneto, con la partecipazione di 5 diocesi (Treviso, Padova, Adria - Rovigo, Udine, Trieste) e un totale di 850 persone. Insieme al personale dell’Unitalsi, ad accompagnare i pellegrini in questi sette giorni ci sono anche 20 medici, 20 infermieri, una quindicina di sacerdoti e i vescovi di Treviso Tomasi e di Udine Andrea Bruno Mazzocato.

Il Vescovo ha invitato a “togliersi i sandali” nel luogo santo, ma anche davanti al piccolo, all’ammalato, al povero, e nella vita quotidiana

“Un viaggio importante per la nostra fede, in un luogo dove ricaricarsi insieme e portare un briciolo di speranza, al ritorno nelle nostre diocesi - ha detto mons. Tomasi prima di salire in treno -. Chi va a Lourdes cerca il miracolo di un aiuto, del sollievo nella malattia, anche della guarigione, perché no. Ma a Lourdes si ribadisce soprattutto la fede nel Signore e l’amore grande per Maria. Siamo insieme in un luogo santo, alla ricerca di quel tocco che non delude, nell’esempio di persone semplici, vissute nel nostro mondo, Bernardette, Maria, che hanno detto «sì» al Signore, si sono fidate di Lui e mostrano a noi questa fiducia. A Lourdes c’è un incontro di relazioni di amore e di cura: gli ammalati che vengono accompagnati e accuditi, le persone che si prendono cura di loro”.

E proprio il desiderio di essere di aiuto è la molla che ha fatto partire il signor Narciso, di Colfosco, che dopo aver fatto il “jolly” l’anno scorso, quest’anno è stato “promosso” barelliere: “Ho esperienza da alpino, nella Protezione civile, da volontario in Africa, ma Lourdes ti carica in modo speciale, ti fa rimettere in ordine i valori importanti. Finché il buon Dio me lo permetterà, andrò ogni anno”. Ci sono anche due cugine, Loretta di Quinto e Raffaella di Treviso, la prima con 25 anni di esperienza da “sorella” (“I ricordi sono molti, porto con me i tanti ammalati incontrati e accompagnati che oggi non ci sono più”), che quest’anno torna da semplice pellegrina, la seconda al suo primo viaggio: “Lo desideravo da tanto. Dico il rosario tutti i giorni, trasmesso da Lourdes, e mi dicevo che dovevo andarci”.

La giovane Laura, di Loreggia, della comunità formativa delle Cooperatrici pastorali diocesane, ha colto l’occasione del pellegrinaggio per vivere un’esperienza di servizio: “Non so bene cosa aspettarmi - racconta dal binario 1 della stazione -, ma so che sarà un’esperienza bella di spiritualità e di accompagnamento dei malati”. E’ contento di tornare per la diciassettesima volta il barelliere Sergio, di Scandolara, perché “là gavemo a nostra paròna - dice in un bel dialetto -, non serve dirle tanto, lei sa di cosa abbiamo bisogno”. Lourdes è anche un’esperienza di coppia, come quella che hanno fatto 27 anni fa Dimitri e Lorella, in camper, da giovani sposi, e che oggi ripetono, con la maturità dell’età e una consapevolezza nuova, dopo un’esperienza di malattia: uno di quei “deserti” di cui ha parlato il Vescovo, nell’omelia della messa internazionale che ha presieduto mercoledì. A partire dalla vicenda di Mosè e dal suo incontro col Signore sul monte Oreb, ha ricordato che “camminando nei deserti delle nostre vite, della malattia, della prova, dell’incomprensione fra persone e popoli, nei deserti dell’abbandono, della povertà, della guerra, abbiamo avuto il dono di essere attenti ai segni con cui il Signore vuole che ci accorgiamo di Lui, segni che ci hanno indicato la strada verso questo pellegrinaggio. E vogliamo che l’ascolto diventi vita, conversione della mente, del cuore e della vita. Qui, ascoltando Lui risorto e vivo tra noi, sentiamo che anche a noi è rivolta una promessa di speranza, di bene e di felicità, perché qui sentiamo in modo particolare di essere amati, e di non essere mai soli”.

Il Vescovo ha invitato a fermarsi e a togliersi i sandali, come Mosè, davanti al luogo santo della grotta, ma anche “davanti al piccolo, all’ammalato e al povero. Perché è in loro che si manifesta la presenza del Santo, è in loro che Lui si apre a noi con misericordia, sono loro la nostra unica vera scuola di vita. Togliamoci i sandali nella vita quotidiana che, a partire dal «Sì» di Maria santissima è suolo santo, terreno di Dio, luogo di salvezza”.

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