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Casa De Rossi: dove abita la dignità

Alla scoperta della Casa “Giovanna De Rossi” a Cavrie, una realtà “storica” del territorio, pensata per i disabili adulti e gestita dalla fondazione “Il nostro domani”, pioniera del progetto “Dopo di noi” che ora è legge in tutta Italia

“Casa De Rossi? Accanto alla scuola, non può sbagliare. La riconosce subito; se guarda bene vedrà anche qualcuno seduto in giardino in cerca di un soffio d’aria, con questo caldo”. Il navigatore mi aveva portato “fuori” strada, per cui arrivata in zona Cavrie, frazione di San Biagio di Callalta, ho dovuto chiedere informazioni. E, in effetti, la comunità alloggio più “storica” della Fondazione “Il nostro domani” è proprio come me l’ha descritta la persona che ho fermato.
Inaugurata nel 2003, ospita fino a 20 residenti in due nuclei distinti: coloro che hanno disabilità prevalentemente fisico motorie - sclerosi, distrofie, ictus, post traumatici - e chi invece ha limitazioni mentali e problemi del comportamento. Impossibile fare la media dell’età, perché insieme a persone ormai attorno ai 50 anni ci sono anche ospiti ben più giovani. E’ l’unica casa con quella di Breda ad essere gestita in via diretta dalla Fondazione.
“Le persone che oggi abitano qui vengono da situazioni familiari molto diverse, ma per la maggior parte di loro o i genitori non ci sono più o non ce la fanno a tenerli in casa - mi conferma Anna, coordinatrice di Casa Giovanna De Rossi -. La malattia psichiatrica o fisico motoria quando si cronicizza diventa veramente difficile da gestire, la famiglia nel tempo consuma tutte le risorse e le energie e la comuità alloggio si profila come una soluzione capace di restituire dignità e serenità alle persone”.
In questa prospettiva la legge sulla disabilità grave - meglio conosciuta come “Dopo di noi” - che lo scorso giugno è stata definitivamente approvata con l’ultimo passaggio alla Camera ha inteso provare a delineare le misure di assistenza, cura e protezione per i disabili gravi privi di sostegno familiare. Dentro c’è l’istituzione di un Fondo ripartito tra le Regioni con una dotazione di 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 per il 2017 e 56,1 annui a decorrere dal 2018, risorse che potranno essere destinate a programmi innovativi di residenzialità per nuove strutture alloggiative di tipo familiare, interventi di permanenze temporanee in caso di emergenza, progetti per lo sviluppo di competenze e autonomie personali.
“La vita di comunità aiuta a stare insieme, a superare la solitudine, a sentirsi curati, apprezzati, inseriti in attività e percorsi utili per il proprio benessere - continua Anna -. Dove ci sono, le famiglie restano nel legame, in altri casi serve molto tempo per superare la rabbia dovuta al senso di abbandono e alla rassegnazione. Alcuni devono anche misurarsi con il fatto di non essere nati «così» e che, ad un certo punto per una malattia o un incidente, lo sono diventati. Può essere devastante”.
Mentre passeggiamo per i corridoi, Margherita mi ferma, mi chiede come mi chiamo e mi promette che, per quando torno a trovarla, mi prepara un disegno. In salone intanto due signore stanno guardando un po’ di televisione. Carlo è nell’orto. Molti altri sono fuori, con gli operatori e alcuni volontari sono andati a fare compere al centro commerciale. Così posso dare una sbirciatina alle loro camere. Ci sono appesi pezzi di vita, volti, frammenti di storie a tratti anche troppo dolorose, ma ricche di grande solidarietà e tenerezza. Qual è il senso? “Credere nella dignità che ogni vita ha il diritto di aver riconosciuta, scoprire la logica gratuita di essere un dono” capovolgere lo stereotipo della disabilità perché pure per noi “normali” ci sono abilità impossibili, traguardi irraggiungibili, limiti non superabili. “Mi capita di parlare del luogo in cui lavoro con chi sgrana gli occhi e fa fatica a capire, mentre per me è pane quotidiano, non c’è nulla di strano. Credo che favorire l’apertura di comunità alloggio e riuscire a trovare modi per essere aperti sul territorio sia fondamentale al benessere di tutti”. L’inclusione sociale resta, di fatto, la vera sfida di queste strutture, non solo per evitare l’isolamento o l’autoreferenzialità e nemmeno unicamente perché è importante per chi vive qui mantenere relazioni con l’esterno, ma anche per il fatto di essere uno strumento indispensabile a promuovere una cultura della prossimità e dell’accoglienza.
Nell’Ulss 9, per fare un esempio, ci sono liste di attesa per la residenzialità, per i diurni ed anche per le accoglienze programmate. I posti sono sempre pochi, di fatto vengono considerate ed accolte solo le situazioni di emergenza grave anche perché i Comuni faticano a trovare le risorse per coprire la quota sociale delle persone inserite in una struttura.
“Siamo continuamente testimoni di quanto le relazioni di bene, seppure ed anche in forza dei limiti di ciascuno, possono promuovere benessere. Che sia verso le persone che qui hanno trovato «casa», per le loro famiglie, per tutta la comunità”.

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