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A cinquant'anni dal Sessantotto: fu "la grande esplosione"

Così Aldo Moro definì la stagione che va sotto il nome di Sessantotto. Un periodo importante anche per la Chiesa, da capire in profondità. Ci facciamo aiutare dal prof. Marco Almagisti, docente di Scienze Politiche all'Università di Padova.

08/01/2018

Il “Sessantotto” compie cinquant’anni. Un anno simbolo (l’inizio viene fatto risalire al “maggio francese”), che racchiude all’interno vari e complessi fenomeni, che si sono protratti nel decennio successivo. Mentre i ventenni di allora hanno settant’anni, il fenomeno della contestazione può iniziare ad essere visto con un minimo di distacco e memoria storica. Per fare questa operazione abbiamo interpellato il prof. Marco Almagisti, docente di Scienza della Politica all’Università di Padova.

Professore, il Sessantotto è stata una rivoluzione?
No, non è stato una rivoluzione come comunemente si intende, ma ha certamente rappresentato una svolta sociale e culturale, che ha provocato degli importanti cambiamenti. Una distanza di cinquant’anni dovrebbe aiutare a tracciare un bilancio sereno di quegli anni. Spesso il Sessantotto viene visto come una data simbolo, sulla quale si proiettano molte cose: per qualcuno è un periodo splendido, per qualcun altro l’inizio di una serie di eventi negativi.
Come, allora, valutare quel periodo?
Uno studioso molto attento e profondo, dal quale ho imparato molto, Giovanni Moro, ha invitato, nel suo libro “Anni Settanta” (Einaudi, 2007), a non focalizzarsi solo sull’aspetto più ideologico e al conflitto di sistema che si creò, in virtù del quale dei processi legati al Sessantotto risultano evidenti soprattutto le derive estremiste. Invece, secondo Moro, si trattò dell’inizio di alcuni processi che andrebbero studiati con profondità.
Quali, soprattutto?
Uno dei processi più importanti è stato l’avvio di un fenomeno nuovo di partecipazione e cittadinanza. Un’altra novità è data dal fatto che si trattò di un evento globale, che coinvolse tutto il mondo. Per l’Italia fu senza dubbio una scossa. Quella che si è mobilitata è la prima generazione che non aveva conosciuto la guerra e che guardava alla realtà in modo diverso. Si svilupparono molte organizzazioni, si allargò il ventaglio della partecipazione, anche fuori dai partiti e una nuova attenzione si indirizzò verso il mondo della scuola, dell’ambiente e delle professioni. I giovani e le donne divennero protagonisti. Fu un fenomeno diffuso, molto più ampio rispetto alle riflessioni di un’élite di intellettuali, che teorizzarono la lotta armata.
Cosa cambiò nel rapporto con le istituzioni politiche?
Il difficile adattamento del sistema politico a queste novità produce l’inizio di una fase caratterizzata da distacco e sfiducia. Nei primi vent’anni di dopoguerra viene fatto uno straordinario lavoro di ancoraggio, che consente all’Italia di consolidare la propria democrazia repubblicana. Spesso si denigrano i vecchi partiti di massa, ma il ruolo di organizzazioni quali la Dc e il Pci fu proprio questo. Ma negli anni Sessanta, il rapporto paternalistico e verticale, insito nei partiti di massa, entra in crisi. L’aveva capito bene Aldo Moro, che a margine della sconfitta democristiana nel referendum sul divorzio, parlò di cambiamenti da non ignorare, indicando quali elementi positivi la laicità, la tolleranza e i nuovi stili di vita delle persone scaturiti dalla grande esplosione del Sessantotto.
Prima accennava alla globalità del fenomeno. In effetti, tra i miti del Sessantotto troviamo, ad esempio, il Vietnam o l’America Latina di Che Guevara...
Sì, fu appunto uno dei primi fenomeni di globalità, vissuto in tempo reale in tutto il mondo, anche perché nel frattempo la tivù era entrata nelle nostre case e questo fatto cambiava la nostra vita per sempre. Per dire, anche i moti del 1848 erano stati un fenomeno globale, almeno a livello europeo, ma non poteva essere vissuto in tempo reale.
Spesso si dimentica che il Sessantotto è stato un fenomeno che ha coinvolto in profondità anche la Chiesa. Quali furono le caratteristiche del Sessantotto cattolico?
L’antecedente è il grande evento del Concilio Vaticano II. Fu per la Chiesa un momento di grande cambiamento, ampliò per i cattolici gli spazi di partecipazione. In secondo luogo cambiò il rapporto con la politica istituzionalizzata. In quegli anni si comincia a mettere in dubbio l’unità politica dei cattolici, il mondo “bianco” basato sul collateralismo, la cinghia di trasmissione Azione cattolica-Acli-Cisl-Dc. In Veneto i primi effetti si videro circa 15 anni dopo,  quando nel cuore della zona più “bianca” molti cittadini cominciano ad allontanarsi dalla DC e a seguire una neo-formazione autonomista chiamata Liga Veneta.
Spesso si dice che i rivoluzionari di ieri sono i privilegiati di oggi, che la generazione del Sessantotto sta “uccidendo” i propri nipoti. C’è un fondo di verità?
Mi pare una lettura un po’ semplicistica. Non dobbiamo mai sottovalutare l’impatto della globalizzazione e le connesse trasformazioni nel mondo del lavoro, che hanno portato i giovani ad esperire vite più precarie. Ma tutto questo dipende da cosa sta accadendo oggi, non da quello che è accaduto ieri. La diseguaglianza, molto cresciuta a seguito della crisi economica iniziata nel 2008, aumenta non solo fra Nord e Sud del mondo, bensì anche all’interno del mondo occidentale. Forse ci dice qualcosa il seguito che ottengono presso i più giovani attempati politici quali Bernie Sanders e Jeremy Corbin, che hanno puntato gran parte del loro messaggio sulla lotta all’esclusione sociale e alla disuguaglianza.
Molti dicono però che i giovani di oggi avrebbero mille motivi per protestare, forse più dei loro nonni. Come mai non lo fanno?
Guardi, ricordo un articolo uscito nel 1967 su un quotidiano importante che affermava che tutto era tranquillo e ormai ai giovani interessavano solo le tre “M”: moglie, macchina, mestiere... Nessuno immaginava quello che stava per succedere. E’ difficile prevedere il futuro, anche a breve termine! Di avvisaglie circa l’insoddisfazione dei giovani ce ne sono. Molti interpretano in questa prospettiva il successo del Movimento 5 stelle, che ottiene molti voti soprattutto fra i più giovani. Come mai? Non sarà forse che i pentastellati sono riusciti a  tematizzare delle questioni molto sentite dai giovani e ad organizzare politicamente quel malcontento? In generale, quella dei giovani di oggi non è solo la generazione degli “sdraiati”. Molti si impegnano, certo più nel sociale che nel politico. Ma è proprio questa la domanda che i partiti si dovrebbero fare dalla mattina alla sera: perché i giovani si attivano nella dimensione sociale, ma sono molto più cauti riguardo all’impegno politico? Davvero stiamo facendo tutto il possibile per valorizzarli?

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